Antropologie, gioco d’azzardo, speculazioni.

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Note su
Il calcolo dei dadi e Slot city di Marco Dotti

 

Il dado è ciò che cade, ma una linea arrischiata e sottile lo approssima a un’altra parola dal doppio taglio: debito. Come un debito, infatti, scade. Anche quando dà l’illusione di non scadere mai.
Marco Dotti

 

Un dado viene lanciato, volteggia e cade. Sfidare il caso e, in qualche caso, ingannare il tempo (time killing, per dirla all’inglese) rappresenta un gesto elementare, cioè un gesto dell’infans, come nell’immagine eraclitea del fanciullo che gioca a dadi, e che in questo gioco sarebbe in grado di mostrarci il corso del mondo. Il potere seduttivo del lancio, in particolare per la filosofia, sta forse nella relazione fra tale gesto e la questione della chance: il dado scuce e riannoda ogni volta la diade libertà/necessità. Non è forse la filosofia stessa una forma di speculazione?

Più in generale, il lanciare un dado ci parla del tempo (o della sua sparizione) nell’esitazione che si determina fra il levare e il battere, fra il lancio e la caduta. Dove cadere indica anche l’accadere, l’evento, la storia.

Su questi temi Marco Dotti ha pubblicato, a pochi mesi di distanza uno dall’altro, Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana1 (gennaio 2013, O barra O edizioni) e Slot City. Brianza-Milano e ritorno2 (aprile 2013, edizioni Round Robin). Proverò a seguirne i movimenti maggiori: incrociando i due testi è forse possibile modulare un’idea complessiva intorno al gioco d’azzardo, alla sua pervasività nelle società avanzate, alle mutazioni antropologiche che sotterraneamente ne accompagnano la sorte. Il primo libro indaga, infatti, le ramificazioni filosofiche della speculazione, cioè del rischiare la sorte. Prima che animale razionale, o animale sociale, l’uomo non è forse un animale capace di speculazione, anche su se stesso3? Esplorando le zone grigie dell’anthropos ludens, il fenomeno del gioco d’azzardo è letto nella sua portata psico-sociale che si sostanzia nell’evoluzione odierna dell’azzardo “classico” in scommessa on-line. I due testi sono fra loro collegati: dove si arresta il primo, inizia il secondo. L’impostazione teoretico-morale de Il calcolo dei dadi cerca una liaison e un completamento in Slot City. Ma, circolarmente, se qui Dotti declinerà i medesimi temi in chiave più marcatamente sociologica e “di denuncia”, lo farà portando in chiaro le premesse filosofiche contenute ne Il calcolo dei dadi.

 

1. Il dado e l’hazard

 Partiamo dai dadi, dunque. La posta in gioco in Il calcolo dei dadi non è del tipo “che cosa sostenere sul dado”. D’altra parte, si può seriamente affermare qualcosa sul dado? Non è già stato detto tutto, almeno da Mallarmé in avanti? Il tema, mi pare, è invece più sottile, e cioè quale strategia si possa tentare, cioè rischiare, per descrivere filosoficamente il lancio di un dado; come mettere a tema il limite teorico dell’oggetto, cioè il caso o l’azzardo?

 

Fig. 1. La copertina de Il calcolo dei dadi, tratta dall’opera di Paolo Ferrari: Il calcolo dei dadi e il centro della galassia, 2013.

 Il calcolo dei dadi è un libro eccessivo, debordante di citazioni e riferimenti. La sua trama è un intertesto di rinvii: Philip Dick, Pirandello, Balzac, Baudelaire, Nietzsche, Bataille e molti altri, transitando anche dai luoghi più classici, come l’argomento del pari di Pascal. La moltiplicazione degli en abyme del tema (i dadi e l’azzardo) comprende i suoi riflessi anche visuali (tecnicamente l’apparato iconico del testo gioca un ruolo determinante) come per l’immagine della Crocefissione del Mantegna. Ponendola all’inizio del libro, Dotti autorizza l’idea che nell’azzardo (cioè i soldati che si giocano a dadi la tunica di Cristo) si iscriva anche uno spazio del sacro. Come se l’infinito (e, per estensione, la possibilità di una vincita risolutiva) fosse sì ri-calcolabile, ma soltanto “altrove”: non più in Cristo, che muore, ma nel caso, ossia nell’assenza di legge e nel finito di un lancio. In queste chicanes testuali la poesia guadagna per Dotti un proprio spazio, forse suggerendo-si, a sua volta, quale speculazione per la filosofia stessa. In fondo, il titolo è già nel segno di Montale (La casa dei doganieri, tratta dalla raccolta Le occasioni): «La bussola va impazzita all’avventura, e il calcolo dei dadi più non torna».

 

 

Fig. 2. Andrea Mantegna, Crocefissione (particolare), 1456-1459, tavola della predella del Trittico di San Zeno, Louvre, Parigi.

 Da questo punto di vista non stupisce che Dotti analizzi assai presto i versi del poema di Mallarmé Un coup de dés jamais ne abolira le hasard, di cui credo superfluo ricordare il peso specifico, e le sue numerose interpretazioni, nella cultura filosofica più vicina a noi, almeno dalle neo-avanguardie in avanti. Vi è là un punto che riporta immediatamente il tema dell’azzardo alla forma di un problema filosofico: «ogni pensiero – scrive Dotti – è un lancio di dadi, un attraversamento del vuoto e di un naufragio da cui si può tornare solo affidandosi a un’altra cifra, fuori da antichi calcoli»4. L’uscita dal sistema di calcolo è ottenuta, però, sapendo che si sta producendo un’articolazione nel tempo. Nel coup des dés non si tratta solo di un prima o di un dopo, cioè di disarticolare causa e effetto affermando l’eternità dell’istante. Si tratta di comprendere che cos’è un colpo, l’unicità, in rapporto all’eterno anche come negativo, il mai, ossia quel jamais«insistito, a spezzare e riannodare tutto»5.

Ma diciamo subito qual è il centro logico del discorso: fra il lancio e la caduta va pensato uno spazio di esistenza (lacuna; tempo; segno). Lo spazio di esistenza deve valere, però, anche per il soggetto che lancia, ovvero il soggetto che osserva e attende il caso. Anche per il soggetto che scrive e che configura una filosofia, che scommette o, forse, specula. La trama nascosta, cioè l’unità formale, della narrazione di Dotti va colta nella connessione reciproca di tre figure maggiori: la soggettività, il tempo e l’evento.

Nell’effetto voluto di tale trama rientra la sensazione che coglie il lettore pagina dopo pagina. Qual è il punto? Viviamo un’epoca global-frammentaria. Sospesi fra globale e frammento, noi siamo l’azzardo di tale sospensione. Il soggetto gambler vuole se stesso come sfida al caso: è progetto di dominio sulla sorte, lui stesso gettato, come il dado, nel vuoto. In Dotti è in gioco il problema del soggetto e del potere, ma sempre nei suoi nessi con il savoir, ossia con il calcolo e la cifra (digit, in inglese).

 

Fig. 3. Stephane Mallarmé, Jamais un coup de dés n’abolirai le hazard, prove manoscritte dall’autore; acquisizione BnF (Cfr. M. Dotti, Il calcolo dei dadi, cit., p. 24).

 Sinora ho parlato soltanto di un dado che rotola, che cade o vola, cioè di leggi del moto. Eppure sono esattamente queste leggi anomiche che Dotti descrive con una certa irreale passione, dalla prima all’ultima pagina del libro. Mi sembra, anzi, che esse siano poste (o deposte) – nel loro essere così difficilmente significanti per la filosofia – quale centro della forma logica specifica che tiene in piedi il discorso generale, sia nel finito (il piccolo pezzo di materia: il dado) sia nell’indefinitamente vasto (la città globale, la sua sparizione odierna, ingoiata nel gioco).

Nella sua relazione col soggetto e col tempo, dunque con l’esistente, le traiettorie dei dadi e le equazioni della loro curva nell’aria aprono a una questione di ritmica esistenziale. La scansione fra diastole e sistole è data dalla necessità elementare della separazione fra i due momenti del gioco: il lancio e la caduta del dado. Il levare (arsis) e il battere (thesis) sono annodati nel terzo elemento, che spacca la forma dialettica bipolare. Il terzo elemento del ritmo è il punto-istante del colpo provocato dal dado (il coup) su una tavola: «il dado deve essere lanciato affinché cada e il gioco si compia»6. Nasce da qui il disastro del senso. Come pure quel particolare rapporto della letteratura, e delle arti diegetiche in generale, con il fallimento calcolato: «è il calcolo stesso ad arrischiarsi nella possibilità di fallire persino nel negativo»7.

Dunque, per tirare le fila, nessuna fra le variabili in gioco è senza le altre: il dado, l’alea, lo sperpero, la caduta, la vita stessa come collante di lanci e di esitazioni, e, per finire, il calcolo, cioè la ratio. Che cos’è, difatti, la ratio se non un rapporto, un quoziente probabilistico che non tiene più, che cede di fronte all’esito imprevedibile, forse vincente, di un lancio di dadi? Sul piano formale, questo sistema anomalo di variabili dipendenti rappresenta un limite dinanzi al quale la filosofia non può che arrestarsi.

Ora, se questa è la premessa, che fare? Come non restare aggrovigliati nei giri e raggiri del segno che parla del dado, ma che non dice nulla di nuovo su questo Leitmotiv filosofico? Non sarebbe azzardato sostenere che la riflessione di Dotti inizi proprio da questa impasse.

 

2. L’oggetto

Che fare? Ipotesi: torniamo all’oggetto. Vale a dire: che cos’è e come funziona il dado. Il lavoro cui Dotti sottopone l’oggetto, innanzitutto il nome, è forse uno degli aspetti più rilevanti della sua prosa. A suo modo è l’aspetto metodologico che costringe il lettore a … leggere, alla fatica rallentante, a continue retroazioni del senso (cioè: il prima spiegato col dopo e viceversa, all’interno di una logica di lettura non lineare). Dotti opera, infatti, una ricognizione dell’oggetto “dado” su vari registri8. Supponiamo di voler indagare la relazione concettuale fra la nozione di hazard e l’oggetto materiale e storico “dado”. A questo scopo, dovremo, naturalmente, svincolare i termini. Ma le cose non sono così semplici: svincolare (concettualizzare) implica una tangenza alla disarticolazione, alla follia del concetto. Da dove partire? Seguiamo Dotti. Il castello vicino ad Aleppo denominato Hasart, di cui narrano le storie del XII secolo, passò in seguito a descrivere il gioco che vi si praticava (un gioco con i dadi). Da hazart all’idea di perdita pura, di perdizione (caduta) come dissipazione della mia capacità tecnica o dell’abilità del giocatore: in una parola, della virtù. Se dado affonda nell’«ombra semantica»9 dell’arabo az-zahr, a sua volta variante di al-zahr (letteralmente: il-dado), allora le cose si complicano. Esisterebbe, infatti, un asse hazard, al-zahr, sino a zahr come bianco10 e, ancora oltre, come zero, o «il niente»11. Se pensiamo invece a dado come alea, dovrò partire dal piccolo osso, o dal taxillus: oggetto implicato nell’arte divinatoria o nell’astragalomanteia. L’alea ha un proprio legame con l’astragalo, ma signifia anche il proprio raddoppio: è la tavola del gioco.

 

Fig. 4. Astragali: parti del corpo (resti) utilizzate come dadi da lanciare (cfr. M. Dotti, Il calcolo dei dadi, cit., p. 36 e ss).

 

Alea significa almeno due cose: il supporto e l’oggetto del gioco. Questa distinzione è da rimarcare: fra dado, azzardo e gioco esiste un legame profondo poiché confuso. Alea indica sempre ed anche la pertinenza del dado alla res extensa. Nonostante il dado, sul piano simbolico, non sia altro che una relazione al tempo, o, meglio, una relazione all’istante che sconvolge la linearità del tempo (e dunque il dado sarebbe qui oggetto puntiforme, cioè privo di spazio), permane nel vocabolo una traccia della sua relazione non al tempo, ma alla spazializzazione: il tempo si spazializza, mediante l’azzardo. Scopriamo nelle pieghe della lingua e nei suoi silenzi ironici che alea è un termine che può sempre re-indirizzarci altrove12, per esempio dal tempo allo spazio: dall’istante della caduta alla tavola che le preesiste. Il dado, la zara (da zaro, latinizzato in zarum), l’“azar” arabo: tutto questo suggerisce un rapporto col nulla. Lo zero (zahr), punto cieco di sostegno di ogni algebra, è quanto struttura il gioco d’azzardo. Inoltre la relazione fra azzardo e hazara ci riporta sempre al nodo di una temporalità (quella del gioco) ambiguamente estatica e crono-logica. Da un punto di vista filosofico, questo dettaglio non è irrilevante: hazara è sia l’essere presente, che il succedere all’istante13. L’azzardo è, in fondo, proprio questo: un essere-qui (Da-sein?) che richiede un venire da altrove. In qualche modo questa discrasia mi pare si possa sovrapporre alla polisemia percepibile nella lingua francese (la lingua di Mallarmé) nell’esprimere il verbo dell’evento. Accadere, succedere, capitare (l’avvenimento di qualcosa che accade nel tempo) si dice, infatti, arriver, se passer, ecc. Qualche cosa, che non possiamo definire nel linguaggio, accade sempre perché arriva (dal passato?), perché cade, forse inciampa; ma anche perché passa oltre (verso il futuro?). In questa impasse, al centro della scena torna una vecchia conoscenza della filosofia: il soggetto. Qui si tratta del soggetto-giocante «garantito dalla sua capacità di presa sulle cose e sulla sorte»14; poco oltre, questo soggetto incrocerà il proprio Doppelgänger, cioè la sua stessa figura che si getta nell’infinito della dismisura e dello sperpero.

I segni del gioco vanno decostruiti; i segni “dado” e “azzardo” vanno chiesti alla «polvere linguistica (poussière linguistique)» di cui già parlava de Saussure15, secondo l’idea che solo la polverizzazione del significato univoco ci restituisce il problema dell’esistenza di modi dell’hazard. I modi vanno pensati nella loro relazione essenziale (locuzione che si addice al passo di Heidegger, e che volutamente lascio risuonare qui, nel commentare il libro di Dotti) con una rosa semantica che si coagula attorno all’oggetto dado: zero; bianco; divinazione; tavola; ma anche caduta, come vedremo fra breve. Vi è una relazione essenziale che governa tutte queste altre relazioni, e cioè da un lato la relazione dell’azzardo col soggetto, e dall’altro, la relazione dell’azzardo col tempo. Sono la stessa cosa.

In ogni caso, ecco così spiegata, come un coup de théâtre (cioè, a sua volta, coup de dés intra-narrativo o effetto filmico), la ricomposizione degli elementi scenici. Ecco quindi il soggetto, al banco, nell’atto di lanciare il dado, ed ecco il tempo del suo atto: «al tavolo da gioco il tempo rompe gli indugi, si ferma o accelera, ma non rispecchia mai quello delle lancette […]. In un qualsiasi casinò non si troveranno orologi […] saturato o svuotato di sé, il tempo scorre. Verso dove? Ma scorre davvero o, come i dadi su un tavoliere, anche il tempo “cade”?»16.

Quello che Dotti tenta di fare è, insomma, la messa a punto di una rete di significazioni, direi un azzardo in questa stessa ragnatela di segni (fatta, a sua volta, di filamenti che il lettore minimamente avveduto già comprende o conosce). Ma la ri-significazione mi pare non sterilmente tautologica: dado è la parola perno del libro, ma è anche l’oggetto pensato, il datum. L’accostamento di dado e datum, secondo un’ulteriore peregrinazione semantica, mostra che il dado va pensato insieme ad altri participi passati (il già stato del tempo): dado gettato o dado lanciato. Allo stesso modo, però, nota Dotti, il caso (casus) è assimilabile al cadere e alla caduta: i due vocaboli, lancio e caduta, si co-determinano in un campo che si situa a metà strada fra la lingua e il prelogico. L’essere-gettato, espressione di cui è pleonastico ricordare la pregnanza storico-filosofica, è già nella natura del dado, che appare come una sorta di natura-simbolo. Al di sotto di questo grado zero non è dato di scendere.

La modalità retorica ha quindi prodotto un risultato, negativo ma basilare per le analisi teoriche sul caso e sulla scommessa. La ratio è che il dado cade, sempre. In qualche modo, è sempre già caduto (gettato). Il dado ac-cade in quanto ente fisico-simbolico. Del resto, il soggetto che lancia i dadi siamo noi, oggi. Il soggetto (sub-iectum) ludens provoca l’eccesso della significazione, la fibrillazione della nostra visione del mondo e di analoghe costruzioni apotropaiche. Nel gioco, in particolare quello d’azzardo, il soggetto agisce (lancia), ma è anche impotente, asimmetrico rispetto alla sua «presa sul reale»17: è totalmente definito dalla falsa coscienza, attraversato dall’ideologia del gioco, ossia dall’illusione della vincita (accumulo di capitale, ma senza lavoro). Il che significa che esso è attraversato anche dal fantasma della propria abilità nel giocare, e dissipa il proprio senso (la propria identità di soggetto) nelle trame dell’atto ludico. Fra le conseguenze di questo coinvolgimento del soggetto nel gioco che Dotti porta avanti nei flussi e riflussi della sua prosa, vi è oggi il tema di una sua strutturale apertura all’indebitamento; letteralmente, il soggetto scade:

 l’antica grafia francese caanche, lo avvicina a excadere, da cui cadere, scadere, ma anche eccedere […]. Forse c’è un istante in cui soggetto e oggetto, uomini e dadi, si coagulano e si dissolvono. Lanciano i dadi, le guardie. E i dadi cadono, rivelando che il gioco è ben più che un gioco. È la rivelazione di un’assenza, vertigine di una domanda che si pone – mandando in cortocircuito il nesso tra azione e reazione – senza attendere risposte.18

Tutto questo ci proietta (pro-iectum) all’oggi, alla nostra condition psico-economica:

 il dado è ciò che cade, ma una linea arrischiata e sottile lo approssima a un’altra parola dal doppio taglio: debito. Come un debito, infatti, scade. Anche quando dà l’illusione di non scadere mai.19

Le ondate semantiche di Dotti ci dicono quindi che l’immagine plastica e drammatica, vale a dire l’immagine di un procrastinare indefinito (indebitamento esistenziale nel gioco) che il dado lascia emergere, è un’idea attiva. L’indebitamento è la matrice di una forma (di un paradossale, sloterdijkianamente, rimettersi in forma) che struttura nel profondo, anche quando non ce ne accorgiamo, le nostre esistenze singolari e collettive. Il gioco e l’azzardo: l’accoppiata pospone nello spazio, oltre che nel tempo (il differre della différance, avrebbe detto Derrida) il nostro destino singolare, cioè la sorte del singolo atto ludico, come fosse, per stare ancora alla grammatica derridiana, una nuova morfologia del divenire tempo dello spazio e del divenire spazio del tempo, che interessa l’economia del soggetto.

Ripartiamo allora dai fondamentali del lancio, giacché la traiettoria del dado e il soggetto devono essere pensare assieme. Prima, il dado è preso dal soggetto. È la fase del Begriff e del paradosso: la presa concettuale sul gioco. Poi il soggetto lancia il dado, e lo abbandona a se stesso (cioè al fato). In terzo luogo, il dado gira (libero?) nell’aria, un mezzo quasi-privo di resistenza meccanica, in cui anche il soggetto è immerso, ma separato dal dado: questo si muove da sé; il soggetto lo attende, inerme ed esposto. Infine, il dado cade. Ma il lancio e la caduta dove sono, e in quale relazione reciproca?

 Anche se la sorte aperta nel levare si chiuderà nel battere e il lancio arresterà la corsa nella caduta, nell’istante in cui i dadi volteggiano nell’aria qualcosa di decisivo accade. Il dado apre lo spazio dei possibili, taglia finito e infinito, ma non chiude la domanda: verso dove, perché?20

 

3. Antropologia e “gamification”

 Il passaggio logico successivo delle analisi di Dotti è già annunciato nel riferimento al debito quale cifra irrinunciabile, oggi, di qualsiasi discorso sull’umano. Esso conduce quindi al kernel dei due libri, cioè alla questione della pervasività del gioco, alla sua proliferazione nei luoghi di attraversamento urbano, dove la città diviene una slot city. Per capire l’orizzonte generale della démarche di Dotti basterà ricordare come questi si appoggi, fra gli altri, ad alcuni volumi recenti come La fabbrica dell’uomo indebitato21 di Maurizio Lazzarato o La società eccitata. Filosofia della sensazione22 di Christoph Türke, e come per ammissione dello stesso autore, questi rimandino alla questione antropologica nel suo senso più novecentesco, per come la pone, per esempio, Günther Anders, almeno ne L’uomo antiquato. 1. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale23. Il problema di Dotti, però, anche quando integra a questi riferimenti numerosi topoi del concetto di gioco, da Bataille a Nietzsche, da Fink a Huizinga, mi pare resti la questione del tempo. Il gioco e la scommessa sono quindi i segni di un’antropologia del tempo.

Il gioco è radicato nella vita umana, ma lo è secondo un’asimmetria di fondo, se è vero che il gioco ha luogo «in un temporaneo annullamento della vita ordinaria»24. Nel senso antropologico dell’auto-sospensione ascrivibile al giocare, percepiamo oggigiorno tutta l’attualità di uno scarto epocale:

 se in passato è stato possibile incorporare il tempo nel gioco, facendone il tempo del gioco, ci sono buone ragioni – dinanzi al dilagare dell’azzardo di massa – per supporre che oggi sia il gioco a essere incorporato nel tempo […] siamo passati dal tempo della festa (e del lavoro) a un tempo senza né festa, né lavoro.25

 Non si tratta più di rilevare la compresenza paradossale di autonomia e eteronomia: nel gioco d’azzardo questa è vera da sempre, come emerge bene dal consistente “zoccolo duro” socio-storiografico dello studio di Dotti. Si tratta invece di comprendere dove risiede oggi la complicità fra ebbrezza della puntata e sperpero del tempo, fra decisione consapevole (da parte del soggetto) di giocar-si nel lancio, e condizionamento inconsapevole a queste stesse forme di pratiche ideologiche. È evidente come Dotti si limiti a tratteggiare la sagoma di un problema filosofico, senza spingersi verso la determinazione di soluzioni o proposte in ambito sociale, economico o politico. Del resto, pensare alla contemporaneità della fine del lavoro, della fine del tempo della festa, e dunque dei rapporti sociali, e, per convesso, al potenziamento dell’improduttivo monadico in cui ciascuno è virtualmente incapsulabile (e in cui ciascuno accede da sé) è un problema i cui contorni iniziamo oggi soltanto a intravedere. Di certo è ben chiaro, nella prospettiva di Dotti, che le forme di assoggettamento del gioco sono anche forme ideologiche in quanto risultano storicamente connesse all’orizzonte del capitalismo finanziario: anche la borsa, è, in fondo, un lancio di dadi, una scommessa che si auto-pone, ormai, al di fuori di ogni calcolo controllabile da parte di se stessa, e che si alimenta di eccitazioni e indebitamenti.

Osservava già Benjamin, nei suoi commenti a Baudelaire sul tema del gioco, che ciò che contraddistingue la figura del giocatore è il rapporto di familiarità con l’abisso che si spalanca di fronte a lui ogni volta, cioè a ogni giocata. Scommettere sui dadi, equivale a scorgere l’infinito del nulla (azzardo; zahr; zero) dal punto di vista finito del singolo lancio: unico ma inutile, sempre ripetibile, nella logica cripto-kantiana della separazione finito-infinito del sublime. L’azzardo nasce da un calcolo, ma diviene immediatamente la sublimazione del calcolo stesso. Il giocatore è animato «dalla disperata vitalità di chi sa bene che il suo gioco non può finire mai»26, proprio come l’operaio salariato, il cui lavoro può non finire mai, «tra indifferenza e ripetizione, mette fuori ruolo l’esperienza. Il fatto di cominciare sempre da zero, sempre di nuovo, è infatti l’idea regolativa del gioco così come dell’operaio-massa […] allo scatto della macchina sulla catena di montaggio, corrisponde il coup del gioco d’azzardo»27.

Flash back: nel gioco d’azzardo, consentito a Roma antica solo durante i saturnali, accadeva qualcosa nella struttura del tempo. La festa svelava la possibilità dell’infinito del tempo, della vacuità del suo scorrere ordinario, cioè a dire «la sua perdita che inevitabilmente coincide con il suo guadagno, e viceversa»28. Ripercorrendo tale motivo con vari esempi, giungendo sino a quelli della roulette o le prime slot machine a un penny (che raggiunsero il successo in America dopo la crisi del 1929), Dotti introduce il lettore nel cuore dello scenario “gamificante” della tendenza al gioco d’azzardo sempre più diffusa nelle società post-industriali: «l’azzardo è sempre un gioco col caso […] l’onnipervasività dell’azzardo nelle maschere della finanza e del marketing ha trasformato il mondo in un immenso tavoliere e l’uomo nella posta in gioco per il medio del denaro»29. Questo indica che si può leggere l’intero percorso di Dotti sulla scorta del concetto di gamification, cioè quella disposizione generale all’alterazione antropologica che è oggi in atto. La gamification, andando molto oltre il termine coniato nel 2010 dal game designer Jesse Scheel, traducibile con ludicizzazione, è una «trasformazione in esperienza pseudoludica delle più brutali pratiche di consumo»30. Essa storicamente passa dallo stadio fondamentale dei cosiddetti casual games digitali. Il primo casual games digitale è il “solitario” di windows, cui seguono via via tutti gli altri, sino a Angry Birds e varie app scaricabili sugli smartphone, delle quali è ben chiara la funzione di time killer, cioè di dispositivo ludico “ingannatore” del tempo.

Gamificare significa, appunto, radicalizzare il rapporto profondo fra noi e il tempo, transitando da una sospensione dell’economia: il gioco diventa allora un tramite, un dispositivo che va a corrompere la forma del tempo. Tale dispositivo di corruzione è un mezzo necessario e strutturale nelle nuove morfologie storiche, che ci passano sotto gli occhi, che popolano in modo crescente molti altri dispositivi periferici della rete globale della comunicazione integrata, come tablet, IPhone, ma anche sportelli bancomat e terminali delle funzioni di home banking: io scommetto oggi su tutto, anche sul senso di un acquisto on line. Il risparmio di tempo, di denaro, la contrazione della catena desiderio-possesso, la maggiore comodità (il trionfo dell’auto-riferimento di ogni valore) di un acquisto on line è una mia scommessa socio-politica: è del tutto evidente che io scommetto sui rischi e sulle retroazioni a medio termine che tale pratica comporta per le tradizionali forme di produzione o distribuzione dell’oggetto acquistato, su quanti licenziamenti rendo probabili, persino sul mio non interessarmi a nessuna di tali conseguenze. In questa luce, la gamification può essere uno schema che descrive (forse, uno schematismo che programma) l’ultima prospettiva, quella che ci mostra l’assenza dell’orizzonte o la possibilità della sua perdita. Ma è in tale prospettiva che dobbiamo vivere: “gamificar-ci” significa anche portare a compimento la relazione incerta fra noi e il tempo, cioè poterla ripensare arrischiandoci sino ai limiti del paradosso a noi ben noto, e cioè che è il game che ci gioca. Perché, questo è il secondo aspetto caldo della questione, statistiche alla mano è nel game che noi sempre più spesso usiamo e useremo denaro.

Nel gioco si attua la potenzialità finale e pura del consumo. Si consumano, difatti, non più delle cose o delle merci, ma direttamente il denaro. Denaro da scommettere, da investire, da disperdere. Da distruggere? Dotti non lo dice. Si ferma prima di questo stadio: il negativo resta, e resiste, anche nei processi di sfaldamento epocale.

 Se Il calcolo dei dadi ha un punto di chiusura, esso non sarà così distante da quello di Slot city, e cioè un appello alla mutazione delle categorie di lettura del mondo umano. Dunque non un loro azzeramento, benché questo dello zero (zahr) è il rischio ultimo. Se il gioco è la morfologia in cui muta oggi il lavoro, ma ciò vale anche per il tempo libero, le frustrazioni, e il consumo, quel che avanza è il cortocircuito massimo del feticismo delle merci: io gioco, vinco e perdo, sempre. Il tempo vissuto condensa nell’istante presente della scommessa on line. Siamo giunti al momento decisivo, come nel meriggio di Zarathustra, all’ora dall’ombra più corta del capitalismo31? L’attimo dell’illusione, dilatato a condizione esistenziale, rivela infine qualche cosa che non sapevamo? Potrò ripartire da qui? Sappiamo che giocando perderemo, ciò nondimeno giochiamo: «né trascendenza, né immanenza – afferma Dotti, ricordando Cristo sulla croce e i soldati a suoi piedi che giocano a sorte – sembrano più possibili, ma una circolarità che non ha inizio, né ritorno: un gioco, appunto, e senza fine»32.

 

4. Si può produrre il caso?

 Quando gioco, chi sono? Davvero il soggetto finisce (si esaurisce) nel gioco? Ed è «davvero possibile produrre il caso»?«Davvero può accadere per caso ciò che ha in sé tutti i caratteri della verità [numeros veritatis]»33, come già si domandava Cicerone? Nell’auto-analisi del giocante, io forse mi scopro per quello che ero da sempre: io sono ciò che resta, cioè uno scarto o un soggetto che scade e che si determina in modificazione, cioè come forma ex post. Io sono, cioè, un elemento che perturba la scena economica più tipica del mondo occidentale moderno, cioè quella dell’attesa di un guadagno futuro, in qualsiasi senso vogliamo intendere questa espressione. È per questo che un giocatore non può essere altro che «scoria senza storia e senza memoria»34, benché ciò sia vero solo in parte: la pratica argomentativa di Dotti, infatti, insiste sull’archeologico del gioco stesso. Non dimentichiamo affrettatamente come nello sforzo teorico di Dotti, vi sia sempre uno sguardo verso la mancanza di sapere, cioè verso la possibilità di una relazione fra caso e conoscenza. La mancanza di fondamento del lancio, o dell’azzardo, la sua immanente assenza di auto-garanzia per il soggetto, per l’idea, per il costrutto veritativo, in qualche caso fanno pensare a una proto-epistemologia aperta sul vuoto: da qui la coerenza e la forza della raccolta dati esperienziale, un fattore capace di curvare la nostra condotta intellettuale incorporando le piaghe del caso e della sorte. E questa curvatura-matrice sarebbe da intendere, forse, sempre in vista di un elemento positivo, cioè di una quota di azzardo da re-incarnare nell’attività umana; sebbene non abbiamo gli strumenti di linguaggio per designarne la forma. Possono qui venire alla mente le parole di Aldo Gargani in Il sapere senza fondamenti: «è un fatto che gli uomini hanno prodotto assai più cose di quanto non siano propensi ad ammettere; ma ciò che essi hanno eretto nella forma di costruzioni concettuali elevate e sublimi, come fossero separate dal caso e dal disordine, corrisponde ad un uso che essi hanno fatto della propria vita»35. Anche per Dotti, in altri termini, si potrebbe dire, come fa Gargani nelle pagine conclusive de Il sapere senza fondamenti, che «non v’è più razionalità nello schema logico del principio del terzo escluso di quanta non ve ne sia nella situazione pratica della scommessa»36. L’azzardo intellettuale può essere una modalità del conoscere-pratico? Dunque una configurazione semovente (come lo è ogni forma di vita) di quei ritrovamenti dell’empirico che guidano, almeno in parte, il pensiero, se lo si concepisce come «strutturazione metodica del caso»37, essendo, per Gargani, gli «abiti concettuali» null’altro che «estensioni della condotta pratica»38?

Tornando più direttamente alla denuncia di Dotti, urge una presa in carico degli enigmi delle nuove configurazioni delle nostre forme di vita (io ne ho sempre più di una), così come capire il «rapporto nevrotico che si instaura fra uomo e macchina, la cosiddetta human-computer interaction»39, quale campo di (retro)azioni di un tragico embodiment uomo-tecnologia dell’utente del web-game. L’intrattenimento, l’azzardo, una certa distruttività nel gioco on-line, l’a-socialità implicata in questi processi: tutto questo, secondo Dotti, conduce a una «nuova ludicità» dell’azzardo che è sempre doppia, cioè «illusoria ma reale»40. Da ciò deriva come il nostro scenario distopico fondamentale (ecco profilarsi all’orizzonte la sagoma obliqua della città degenere, cioè slot) prenda la seguente forma, nella quale peraltro tutti noi, virtualmente e secondo una semplicità senza precedenti, abbiamo garantito l’accesso user friendly:

 Giochiamo a un gioco di cui non conosciamo che le regole inferiori. È un evento senza storia, che sfugge alle categorie a noi famigliari e si colloca in una zona grigia fra il reale e l’immaginario, una zona in continua espansione che colonizza aree crescenti sia dell’immaginario, sia del reale. Il vissuto è trasformato in gioco e il gioco ha immediata presa sul vissuto.41

 Per ora è un orizzonte di ricerca, ma è plausibile pensare che l’industria culturale dei casual games andrà a cercare (alcuni esperimenti dimostrerebbero che già è in atto questo processo) il contatto diretto fra lei e noi, azionando i nostri meccanismi neuronali dedicati, toccando la nostra area indifendibile senza mediazione. Là, l’industria culturale può “gamificarci”, poiché essa «disegna i suoi scenari di conflitto e profitto – anestetizzandoli nel ludic42. Forse l’uomo nuovo, secondo l’espressione di Dotti, che esce da questo quadro è quello di un anthropos non solo sapiens o post-sapiens, ma semplicemente per noi irriconoscibile, come in questa icastica chiusa che riassume bene il senso della sua ricerca teorica sul rischio ludico: «un uomo che non lavora, ma gioca […]; non consuma nelle forme tipiche del consumo, ma spende. Primariamente tempo, investendo risorse sulla produzione dell’altrui e, a conti fatti, della propria miseria»43. Pertanto la domanda che nasce dall’analisi filosofico-filologica sull’azzardo, qualora venga fatta interagire col soggetto e col tempo, come tale non è evasa, ma per così dire, pensata. Cosa (o chi) accade quando giochiamo? Quando un’intera società, o buona parte di essa, gioca compulsivamente, scommette, specula su tutto, anche su se stessa? «Non chiede forse il giocatore di spezzare, nell’hazard, la concatenazione della legge e della causa? Non chiede forse una catastrofe, un momento di sovranità decisiva, una “fortuna come reazione a catena”44.

 Il problema “socio-filosofico” diviene allora la faccia del prisma più riflettente, quella da lasciare lavorare affinché le contraddizioni emergano senza risolversi. Ma, di nuovo, come fare? Come parlare, se la lingua che utilizziamo è già compromessa, nelle sue fondamenta e dispersioni etimologiche, col sistema che vorremmo criticare? Si comprende bene, ora, il perché dell’insistenza sull’analisi linguistica: prima di pensare il dado, il gioco, l’uomo, occorre porre il problema del linguaggio in cui dirli. Non è detto che la risposta sia la medesima, cioè indipendente dall’oggetto. Forse il dado disequilibra gli assetti, con la sua scie poetiche e la sua polverizzazione del senso.

Anche in Slot city sarà messa in opera una strategia testuale, ma non così mirata, bensì nascosta dai veli di una ricognizione del tema molto più vicina al reportage d’attacco che al saggio teorico, la quale mette a nudo la pointe del fenomeno della scommessa nel nostro contemporaneo. Slot city potrà sempre essere letto, in modo pienamente legittimo, come una descrittiva del fenomeno. Ma, in realtà, Slot city ritorna all’oggetto, e ci parla di come, forse, si può produrre il caso.

 

5. Installazioni

La maniera di questo lasciar parlare le cose (ad esempio l’oggetto dado o l’azzardo) in Slot city, è molto indiretto. Proprio per questo particolarmente efficace. La scommessa, il tempo vitale, il “non più” del lavoro nelle nostre città è presentato mediante una geometria registica che sul piano formale ricorda quelle che potrei definire, con un prestito dal campo dell’arte contemporanea, “installazioni”.

La scommessa ha le proprie installazioni. Esse sono la sua necessità: impossibile giocare d’azzardo senza un oggetto esterno al corpo, come lo è ad esempio il dado. L’azzardo è la scrittura di questa auto-estraneità e di questo uscire da se stessi mediante l’oggetto lanciato (gettato, pro-gettato, ecc.). Io (mi) gioco tramite un filtro materiale che sarà sempre il non-io, l’altro dal corpo, qualche cosa che risucchia l’infinito, perché, come il dado, cade nel tempo fuori di me. In questo partecipare al tempo-mio restando (e resistendo) fuori di me, l’azzardo, con la sua esistenza, dimostra che il tempo non è la forma del senso interno. Ma il ruolo che in questo schematismo il dado detiene, oggi lo assume la macchina, e, più ancora, la macchina digitale: video-poker, slot-machine e varianti numeriche di questa famiglia di oggetti sempre più familiari, ma al contempo unheimlich.

 

Fig. 5. Un’immagine dal Video Poker All American, fra i più popolari digital-games.

 Il problema filosofico più generale che questi oggetti-installazione ci restituiscono, come in uno specchio deformante, è che essi sono tutti da intendere quali vettori di una profonda ri-significazione degli spazi antropologici. Lo spostamento introdotto dal dispositivo “scommessa” è complesso, e si tratterà, innanzitutto, di iniziare a leggerlo. La rilettura proposta da Dotti era iniziata su un piano prevalentemente teoretico-esistenziale in Il calcolo dei dadi. Ora occorre uscire nel fuori, nell’abisso esterno del tempo storico e del corpo sociale. Il dispositivo “scommessa” prende in carico, infatti, la questione delle aree marginali (urbanistiche o esistenziali: le due si rispecchiano una nell’altra, come già intuito da Benjamin, e prima di lui da Baudelaire) della città moderna-contemporanea. Si deve, da questo punto di vista, ripercorre con attenzione il processo di insediamento delle macchine da gioco negli ex-luoghi di produzione, nelle periferie e nelle strade dei centri storici abbandonate a causa della crisi; le slot machine rianimano relitti e anonimati urbani (capannoni, bar, negozi chiusi da mesi o anni, fermate di stazioni degradate, e altri luoghi di transito) ma chiedendo in cambio, per così dire, l’anima del giocatore. Da qui, la dipendenza ludopatica si impianta sul livello ancora più impalpabile della rete, quello delle scommesse on line.

Ora, quanto avevo designato con “installazione” prende i caratteri più astratti (dunque più potenti nella propria capacità di perversione) di un gioco insensato e infinitamente isolato dal mondo, di una dimensione meta-fisica della scommessa che, contemporaneamente, porta a compimento la disgregazione desocializzante avviata dai precedenti stadi del gioco hardware. La riflessione ne Il calcolo dei dadi offriva di questi fenomeni una lente teoretica, un’ottica grandangolare sul problema “gioco d’azzardo” pensato nel suo respiro di universale filosofico (sia nel tempo storico, sia nella geografia globale, almeno dall’Asia all’Europa e all’America). In Slot city Dotti zooma spettacolarmente su un’area spazio-temporale molto più limitata e glocal, cioè l’Italia. Ma, ancora più a fondo, lo zoom apre su quella terra misteriosa che è la Brianza e i suoi dintorni, sino a Milano. Una landa-enigma in cui tutto può accadere.

Ci si sorprende ogni volta per il modo in cui, dall’apparenza del nulla che ne sostanzia l’invarianza nebbiosa e pittoresca e i suoi inimitabili grigi, che troviamo in fondo già nella Lombardia dipinta da Manzoni (Quel ramo sul lago …), qualcosa o qualcuno di totalmente corrosivo e dirompente per la nostra vita pubblica, e, a suo modo, geniale, possa qui emergere e imporsi sulla scena. E restarci a lungo. Non possono non venire alla mente, leggendo le prime pagine di Slot city, le atmosfere del docu-film del 2009 diretto da Erik Gandini Videocracy. Basta apparire, e, sullo sfondo, l’ombra lunga del berlusconismo. Ma quella offerta da Dotti è una visione arricchita, perché fatta oggi, cioè nel mondo desolatamente post-industriale delle città svuotate di vita e delle manifatture (edilizia compresa) in dismissione, che l’autore mi pare affronti con la consueta raffinatezza, elegantemente facendo cenno a Berlusconi, ma senza prendere la questione di petto. La capacità di descrivere noi stessi, in quanto italiani, è tradotta in strategia politica, semplicemente come dire obliquamente, come un tempo si è creduto dovesse fare la letteratura nella sua pratica di decostruzione e sovversione degli assetti del pouvoir.

Il punto di partenza di Dotti ci è utile: è anche quello di arrivo, è vero, ma corrisponde a una preliminare presa d’atto. Noi siamo immersi in un mondo interpenetrato dalla web-finanza e dai rivoli incontrollabili del gioco on line che ne alimenta il flusso globale. La pervasività del fenomeno potrebbe cautamente autorizzare una riattualizzazione della categoria francofortese di mondo totalmente amministrato. Già; ma amministrato da chi, se non dall’impersonale del gioco e dall’azzardo, quali morfologie neoplastiche e acefale del Capitale? Questo è il primo problema teorico che le analisi debbono affrontare. Le cifre riportate sono impietose: «l’Italia ha meno del 2% della popolazione mondiale, ma il 22% del mercato globale dei giochi on line»45. Uno studente italiano su due, spesso di sesso maschile (dettaglio gender che meriterebbe analisi separate e specifiche) e di età compresa fra i 15 e 18 anni, è direttamente coinvolto nel gioco d’azzardo46. Come sappiamo, il giro finanziario dei giochi ha un ordine di grandezza che ne permette la comparazione sensata con gli indici economici maggiori del nostro paese quali il PIL o il narcotraffico. Del resto, Balzac scriveva in Scènes de la vie de province, dunque prima che Marx parlasse di oppio dei popoli, che la passione del gioco è l’oppio della miseria [l’opium de la misére]47.

 

Fig. 6. Slot city (cover).

 Come dire: perché non pensare che l’azzardo o la scommessa possano anche precedere la critica dell’economia politica, quantomeno nella loro dimensione di radicamento impersonale nel soggetto? Il passo di Dotti è doppio: un piede nella dimensione della spiegazione dei processi su base storico-materiale, un piede nella loro costante ricaduta sul livello della soggettività individuale. Che sia una strada percorribile o meno, resta chiaro il senso della rotazione impercettibile in cui è coinvolto il lettore, un po’ stordito dal luccichio irreale, come entro un allucinato Natale perenne, delle installazioni ludiche (flipper, videogames, slot machine, et. al.): il gambler, il broker o i giocatori, siamo noi stessi. La crisi attuale non fa che rendere (e renderci) scoperto quanto da sempre latente (ma reale). Riporto un passo estremamente indicativo, che fa intendere l’aspirazione delle analisi di Dotti a porsi quali analisi filosofiche, nel senso in cui esse tentano di coordinare i due livelli a cui facevo riferimento poco sopra:

 Soggetti in cui l’accumulo di esperienza coincide oramai con l’impoverimento progressivo del vissuto. Ecco allora che, in questo rapporto complesso di azioni e retroazioni, le nuove tecnologie finiscono per provocare altrettanto “nuove” dipendenze. Le technological addictions sono tanto più problematiche, quanto più si innestano sotto pelle, nel tessuto connettivo di un capitalismo informazionale che dà sfogo a una socialità tutta nuova, per molti versi positiva, ma al prezzo di escludere da sé ogni negativo. È il lato oscuro a cui è concesso di esplodere solo come sintomo nei corpi di quei tanti atomi individuali persi nella rete che oramai siamo.48

 Il gioco sta prendendo possesso di molti lati della nostra esistenza sociale e soggettiva. Può agire come placebo, oppure come farmaco omeopatico, oppure ancora come surrogato di un sacro ormai polverizzato, cioè come illusoria apertura all’infinito del jackpot. Tutte queste oscillazioni non si possono risolvere; tuttavia, la tesi generale in questi due libri di Dotti è molto chiara: le slot machine stanno distruggendo i tessuti connettivi delle nostre vite. Il che equivale a dire che il gioco d’azzardo non è una malattia fra le altre, ma una perversione del gesto elementare del lancio di un dado (della sfida alla sorte nel suo valore di sospensione dal circolo economico, forse di uno sguardo eccitato sulla morte) che sta annientando il nostro paese49. Il tutto aggravato dalla circostanza dell’ampliamento del quadro normativo e legale che rende lecite le giocate on line, le lotterie aperte ormai 24 ore su 24 e numerosi epifenomeni di un medesimo impulso cieco alla dépense quasi-inconsapevole. Tale impulso muove virtualmente un intero corpo sociale.

Che cosa succede col gioco d’azzardo, e la sua invasione in campi che ingenuamente pensiamo del tutto irrelati all’azzardo? Risposta: un paese intero si disgrega, ma autorizzandosi da se stesso a farlo (sotto gli occhi di un parlamento, o di una classe politica, apparentemente altrove). Ma ciò ha ripercussioni dirette sulla nostra identità di soggetti politici: chi è lo stato, oggi? Questo è il vero problema connesso alle contraddizioni del laissez faire del gioco: siamo dentro uno «“stato bisca”»50 come «impresa-Stato»51 che tratta (lascia essere) i citoyens a sua volta come giocatori d’azzardo. Lo stato è un «contro-Stato»52 la cui forma più attuale e involontaria è oramai quella di invitare (costantemente e su ogni cosa) alla scommessa, forse anche, potremmo dire con amara ironia, quando si va a votare.

 

6. Capitalismo, scommessa, speculazione

 Tentando una sintesi filosofica delle linee prospettiche sino a qui argomentate, Dotti scrive che

 oggi il gioco entra in un quadro più complessivo del capitalismo post-industriale, quasi rappresentandone la quintessenza. Non si tratta più di produrre valore (una casa, un oggetto, un artefatto), ma di estrarre valore dal potenziale stesso delle vite umane, prosciugandone l’ecosistema complessivo (quello che qui, genericamente, chiamiamo non uno spazio, ma un luogo). Oggi è nel lavoro che si spende l’energia minima ed è nel gioco che si impiega il massimo dell’energia. È una condizione paradossale, ma è su questa condizione paradossale che il capitalismo si regge. Questo capitalismo gioca d’azzardo, letteralmente, con la vita stessa.53

 La proposta più ambiziosa del percorso che sto tratteggiando, mi pare quella evidenziata nel passo sopracitato, cioè quella di ripercorrere lungo inediti crinali l’intera linea della critica dell’economia politica. L’analisi di Dotti qui può peccare di riduzionismo, come quando scolpisce in termini seducentemente puri, quasi con una formula fisica, la condizione su cui si regge il capitalismo. Non è impresa di poco conto! Ma è certamente vero che questo capitalismo gioca d’azzardo, e non con le merci o le obbligazioni, ma con il bios. La semplificazione ha comunque il merito di porre la questione in termini onesti, cioè esplicativi di un punto di vista, e di ricordare il carattere paradossale di questo fondamento funzionale del capitalismo. Dotti, inoltre, radicalizza con coraggio l’intera prospettiva biopolitica, proprio mentre la critica: anche questo, in Italia, è coraggioso; e corrisponde a suo modo a un rischio.

L’analisi più marcatamente teorica deve essere alternata, ritmicamente, alla ricostruzione storica di come si è giunti alla configurazione attuale della città come slot city, intesa come prodotto della gamification. Ancora una volta: l’idea è che siamo talmente anestetizzati e complici di questi fenomeni, totalmente impastati nei loro attriti e nelle loro forme, che la scelta delle correnti di scrittura con le quali descriverli diviene un problema filosofico determinante. In questo caso, l’idea è che per tentare una critica dell’esistente, sia necessaria una precomprensione dei tanti come. Come è stato possibile che? Domanda banale, domanda da infans; ma anche domanda nodale, che echeggia altrove, nella storia. Il problema è il seguente: come le vie del finanziamento facile sono state veicolate da vari dispositivi economici e politici (spesso garantiti da coperture; talvolta, ahimè, pienamente leciti) in primis la speculazione edilizia (compresa, ma non solo, quella di Milano Due)?

 

Fig. 7. Milano due

Poi, a seguire, ci si interroga intorno alla nascita, del tutto conseguente, delle televisioni commerciali. Il nesso è preciso: le prime televisioni milanesi, quelle dedicate al ristoro spirituale dei residenti a Milano Due, segnano la fase della televisione condominiale via cavo (si chiamava Telemilanocavo) che evolverà felicemente dapprima in Telemilano58 e poi in Canale5, nel 1980. Dal mattone all’etere (quasi una metafora involontaria del passaggio dall’economia solida millenaria a quella “pre-liquida” della borsa champagne degli anni Ottanta e Novanta) si dovrà aggiungere, poi, l’affaire dell’impero massmediale potenziato con l’acquisto della Mondadori, ma anche molte altre forme isomorfe, tipiche di quella che Dotti denomina «Brianza 2.0»54, cioè forme di comportamento imprenditoriale che si innervano oggi – in ultima analisi e come stadio terminale – nel business del consumo massmediale dell’azzardo.

La tecnica narrativa di Dotti come opera? Riporta i dati: intercettazioni, dichiarazioni dell’ex-premier, di altri imprenditori; ma anche statistiche, brevi report gergali, esposizioni di meccanismi e di logiche occulte nei software, trattatelli, quasi, di tecnologia e molti altri materiali che concorrono a formare un quadro in apparenza coerente e certamente di grande impatto emotivo e icastico (sul modello del reportage televisivo). Ma non è questo l’aspetto filosoficamente decisivo. Quel che conta è che il datum socio-storico può rivelare la forma dell’oggetto (l’azzardo, la speculazione), cioè la sua impronta nel reale. Ecco che, allora, la prosa produce effetti: innanzitutto, essa rende lacerante il mithos, ossia la narrazione di quanto, in fondo, tutti già sappiamo. Troppo facile circoscrivere il problema nel vocabolo ludopatia come categoria psichica: prima bisogna capire che esiste una complessità che non è riducibile, che ci interessa, cioè una co-implicazione oscena e insopportabile per noi stessi. Questa compromissione è la vera malattia.

Non è più neppure una malattia morale in senso stretto: è una sindrome strutturalmente decentrata rispetto al corpo umano. Non si sa più se il pathological gambler, cioè il giocatore, dipenda più dal game o dal play, cioè più dalle pressioni esterne strutturanti o più da una coazione a ripetere di natura soggettiva.

 La mancanza di sapere, naturalmente, dice lo spessore filosofico della questione. Non possiamo sapere, guardare oltre il limite della forma, e il caso rompe le sagome: l’azzardo è più veloce, più preciso, più sottile del pensiero. Sin dall’origine, qualcosa come una speculazione contorna e costringe a esistere il pensiero, essendone la respirazione segreta. Di fronte all’analista sociale (ma questo vale anche per il filosofo) si apre oggi un «orizzonte neo-ludico inafferrabile, perché in continuo mutamento. Un orizzonte senza parole»55. La gambling addiction (già intuita dalla nozione freudiana di Spielsucht, datata 1898) definisce il profilo di una dipendenza da sostanze psicotrope, con la differenza, che non è di poco conto, che qui la sostanza non esiste56. La sovrabbondanza di esche (Gratta&Vinci, superenalotto tre volte a settimana, canali tematici sul poker, e così via) facilita la narcosi e l’automatismo del potenziale essere umano ludo-dipendente. Ma a essere interessato dall’euforia del gioco non è più solo il corpo psico-fisico individuale o il corpo sociale, ma un intero corpo industriale (software, hardware, assistenza, distribuzione, pubblicità) che anche in condizioni di crisi economica risulta in pieno boom, e conta circa 1000 aziende. Non “nonostante”, ma, come dimostra bene Dotti, soprattutto “grazie” alla crisi.

L’euforia diviene a sua volta una logica industriale, se non qualcosa di diverso e maggiore: un’inter-connessione strutturante che va pescare nelle nostre più latenti e umane fragilità. «La connessione fra euforia da oppio, speculazione finanziaria e azzardo è d’altronde di natura storico-concettuale, prima che psicologica»57. Pensiamo al fatto che «i primi broker erano solitamente gente di malaffare, dediti al gioco dei dadi e le prime borse si collocavano accanto a bordelli»58. Dotti ci ricorda, in uno fra i suoi numerosi riferimenti letterari, che Joseph Penso de la Vega, nell’opera Confusion de confusiones del 1688, già definiva la speculazione azionaria di allora come un «gioco di folli»59. La questione filosofica è dunque, ancora una volta, quella di pensare razionalmente la follia, l’out-of-jointness della nostra epoca: il fuori. Per meglio dire, la filosofia è citata in giudizio, mi pare, proprio nell’interconnessione fra caso, hazard e ragione.

 

7. Qualche nota conclusiva: l’inesistenza del giocatore

 Quest’ultima osservazione, credo chiarisca definitivamente non soltanto come fra i due testi (Il calcolo di dadi e Slot city) esista una reversibilità reciproca, ma anche che tale reversibilità reciproca (cioè quella fra le analisi teoretico-esistenziali e le analisi socio-storiche che coinvolgono il gioco d’azzardo) sia una qualità strutturale del fenomeno hazard, comunque lo vogliamo (o lo possiamo) pensare. In questo senso, la filosofia è convocata, innanzitutto, a sospendere i nessi della realtà. Ma non per “immaginarla”, bensì per studiarla (ma qual è la reale distanza fra questi due atteggiamenti fondamentali del filosofo?), dunque per allargarne le maglie oggi troppo strette. Come se, cioè, il pensiero fosse costretto nella straight jacket del reale ormai autonomo, spostato in modo irreversibile dal soggetto che lo pensa. Viene alla mente il primo Foucault, quello di Storia della follia, e la sua straordinaria ricerca storica e filosofica intorno ai limiti della ragione, da ricercarsi nell’ambiguità fra raison e déraison, e al set di immagini fortemente evocative adoperate per narrare questa storia della follia, come quella della nave dei folli.

 

Fig. 8. Hieronymus Bosch, La nave dei folli (particolare), olio su tavola (1494 circa), Louvre, Parigi.

 

Il senso complessivo dell’indagine di Dotti, dunque, mi pare essere quello di ri-tematizzare l’abisso del gioco-folle, ripristinando un certo aroma cripto-esistenzialista nei temi dell’auto-estraneità del soggetto, come in questo passaggio:

 il gioco – qualsiasi cosa si intenda – nell’era dell’ansia sociale produce solo e nient’altro che nuova ansia sociale. È una paura segnata da un’inquietante estraneità. Estraneità che tuttavia percepiamo come famigliare. Perché il gioco tocca corde profonde, antropologicamente profonde.60

 

Ma, appunto, sono più spesso le correnti della scrittura quelle che guidano l’analisi di Dotti, fatta più di contrappunti fra schiarite e oscurità, che da un’architettura armonica e pienamente trasparente. Le correnti della scrittura: di esse non possiamo predicare il vero o il falso. Per questo, forse, riescono a penetrare nelle porosità dell’esistente, del tempo o del corpo, e a lasciarsi a loro volta teleguidare dall’automatismo, dal caso (o dall’azzardo?).

Da questo punto di vista, credo sia profondamente coerente con il tema, cioè con la questione filosofica, il quadro impietoso della Milano di oggi, che è il disegno più delicato, a tratti quasi-lirico, della forma corrotta e adulterata della slot city. Il pensiero sul gioco mobilita la prosa in una sorta di poetica, malinconica e razionale, che può ricordare certe pagine su Roma di Pasolini61.

Fig. 9. Pasolini: gasometro dell’Ostiense, Roma.

 Milano non è più quella del fare, ma neppure più quella da bere: è una larva impalpabile, divenuta la città del sorriso, città-smart62. Il lavoro non esiste più, quasi. Chiudono negozi e botteghe, aprono sale giochi e analoghi dispositivi di trasmissione del morbo congenito e metastatico. Resta solamente il radicale smart. Non a caso sugli smart-phone riappare il fantasma (la spettralizzazione della produzione delle merci) delle slot machine. E il circolo si riattiva, ancora una volta, definendo la traiettoria di una spirale sans fins. Dotti è scettico circa le promesse di incoming economico legate all’Expo del 2015: la realtà è un’altra cosa, e ci parla nei drammi personali e nei sovraffollamenti delle sale scommesse, che sono luoghi di reclutamento per il voto di scambio63 anche a Milano. I bar soprassaturi di giocatori automi, sono uno dei teatri delle modificazioni della vita umana sintetizzabili nella locuzione post-musiliana «giocatore senza qualità»64, ricavata all’interno di un approfondimento, che è uno dei luoghi più riusciti in entrambi i libri, della poetica-filosofica di Philip Dick. In Dick il «gioco smette di essere gioco, poiché invade e permea la vita, mutandola dal punto di vista antropologico»65. Il gioco d’azzardo, allora, è determinato dal costituente doppio: piacere-paura, cioè Angstlust. Dove si dovrebbe pensare a lungo al fatto che, nella fusione di Angst e Lust, ciò che agisce, fra le righe, è un richiamo congiunto all’Heidegger di Essere e tempo e al Freud dell’Al di là del principio di piacere.

In queste pagine molto crude, Dotti snocciola una sequenza di micro-narrazioni raccolte mediante intervista a residenti in Brianza, i quali raccontano, con impressionante regolarità, la medesima sequenza di eventi: senza accorgersene, sono stati travolti dalla dipendenza, poi dall’indebitamento, finendo spesso per perdere tutto (in termini economici, lavorativi e affettivi). Il numero dichiarato di dipendenti da gioco nel capoluogo lombardo è il doppio del totale degli alcolisti e tossicodipendenti in cura ai Sert, sullo sfondo dello struggente ritratto dell’amata-odiata Milano che appare come coacervo di tensioni esistenziali, prima ancora che sociali, dotate di un’intensità senza precedenti. Ogni giorno abbassano le serrande 25 negozi; quasi altrettante sale slot aprono. Un’impresa lombarda su otto opera nel campo dell’azzardo, ma la proporzione è lentamente crescente; è solo questione di tempo e di riassetti, e il quoziente aumenterà ancora. Dalla slot fisica (a gettoni) si è passati rapidamente alla video-lottery (in rete), che più facilmente può eludere i controlli fiscali. Ed è la malavita, più che lo Stato, a guadagnarci. Siamo vicini, in altri termini, come afferma anche il presidente di Confindustria Squinzi, al default produttivo. Non è un fatto di poco conto.

In fondo, a Milano non accade quasi più nulla, come in molte altre grandi e medie città, specie nel nord: «per molti anni Milano è stata una città di flussi finanziari. Ora gli unici flussi che attraversano Milano sono quelli dell’azzardo. E non trovando luoghi, impattano sugli affetti, si impiantano nella carne e tra i nervi. Li devastano»66. Dunque la slot city è la forma attuale della città: svuotata, invasa dal ricordo della vita, segnata da una de-socializzazione va di pari passo con la de-urbanizzazione delle relazioni sociali catalizzata dalle chiusure solipsistiche dei cyber-gambler.

Riprendendo le tesi dell’antropologo David Le Breton, Dotti ritiene, infine, che la domanda cui prodest, riferita al gioco anche nel suo aspetto meramente economico, sia destinata a restare senza risposta. A perderci sono tutti gli attori in campo: nemo prodest. In questa corsa alla giocata, più che al gioco, le asimmetrie e diseguaglianze sociali aumentano, e ciò induce reattivamente a cercare il sacro nella puntata, nell’esito insperato ma atteso, come la venuta di un messia laico. Scrive Le Breton, in una lunghissima citazione riportata da Dotti: «si attende qualcosa che ci salvi, magari vincendo alla lotteria o alle slot machine […]. Crediamo di intervenire sul nostro destino, non avendo modo di cambiare le condizioni sociali che ci opprimono. Un tempo si consultavano maghi o fattucchiere, oggi si va dal tabaccaio e si compra un Gratta&Vinci […] questo gioco, non ha né opere, né giorni. Non investe sul futuro, lo consuma. Consuma i nostri luoghi, le nostre città»67.

Il giocatore, e dunque il soggetto, resta coinvolto in questa dissipazione delle relazioni antropologiche fondamentali, come quella con l’ambiente o con il tempo vitale. Il centro diviene l’attimo della puntata, l’esitazione (epoché) in cui ogni volta egli si riforma: «poiché gli è dato di guadagnare qualcosa, ha il cuore che gli pulsa […] spera di poter uscire dall’imbarazzo, dalla sofferenza»68 dunque dalla precarietà e dall’assenza di futuro che la storia gli impone. Il suo dramma è racchiuso nel gesto del lancio del dado, o del premere il pulsante “invio” nelle video-lottery: «è questa irruzione dell’evento nel corso della sua vita che gli dà il sentimento di esistere»69. Dice bene Dotti: il sentimento di esistere. Un sentimento inseguito, narcisisticamente perseguito per … una vita, forse perché esso è l’altra faccia della mia inesistenza.

In definitiva, non restano che domande lasciare cadere, come un dado. Sono sempre la stessa domanda: «che cosa ci si gioca, quando si gioca?». Come già ricordato, «orrore e attrazione», le qualità morfologiche del nostro rapporto con lo spettro, «sono da sempre un nodo inestricabile della questione, e da sempre la questione è in bilico tra diseconomie mortificanti e un dispendio energetico vitale (dépense) che il sistema tende a inglobare devitalizzandolo»70. Per Dotti mi pare tornino in campo, però, anche altre domande corollario, come quella che fu di Lenin: che fare? Dove potremo muoverci, se il poker on line, «vero motore dell’addiction di massa, è un reagente e, al tempo stesso, la chiave di volta di questo sistema»71? Che fare, se la creazione di illusione, o la simulazione (il bluff), diviene parte organica di ogni istituirsi della forma, cioè tanto della forma Stato quanto della forma soggetto?

Non c’è da essere molto ottimisti. Da una parte, ma mi pare la soluzione più debole ipotizzata da Dotti, c’è il richiamo a riprendersi concretamente i luoghi. Già qualcuno ha incominciato, come nella coraggiosa esperienza anti gioco d’azzardo di Pavia no slot72. In fondo, l’apparenza dice che è sempre possibile spegnere il terminale. Questa apparenza di soluzione è necessaria, ma non sufficiente. La questione è un’altra: è possibile spegnere l’intera macchina, la cui protesicità inversa compromette il senso stesso della nostra libertà umana? La risposta è che non è possibile, e ciò per le stesse ragioni spiegate da Dotti della compromissione antropologica col gioco.

 

Fig. 10. Immagine dall’applicazione per Iphone o Ipad denominata iRevolver. L’applicazione consente di simulare una roulette russa (Cfr., M. Dotti, Il calcolo dei dadi, cit., p. 78).

 Non è possibile, ma resta in campo l’opzione di ridare spazio non solo alla riconquista dei luoghi urbani, ma alla teoria, o più semplicemente, al discorso e all’analisi. La teoria può ritornare una forma di prassi “rivoluzionaria”, in grado di trasformare-capendo, di emancipare-vivendo il fenomeno da limitare? Questo resta un ultimo orizzonte, che mi pare la sfida sotterranea, o, come dice spesso Dotti, sottopelle, che si rende obbligatoria – nella prospettiva di Dotti – se vogliamo capire «quale sia la connessione non solo verticale, ma orizzontale tra il cosiddetto deep play e la sua esteriorizzazione post-fordista, ossia tra impulso al gioco, impulso all’inganno e impulso al guadagno indiscriminato in una società che ha trasformato tutto, dal lavoro all’economia, in un’azzardata macchina del debito. Una società alla quale piace nonostante tutto e tutti, continuare a “raccontarsela”»73.


Note con rimando automatico al testo

1 Cfr. Marco Dotti, Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana, O barra O edizioni, Milano 2013.

2 Cfr. Marco Dotti, Slot City. Brianza-Milano e ritorno, Round Robin, Roma 2013.

3 Il problema naturalmente, sta anche nel fatto che non esiste alcun “se stesso”, almeno prima che la sfida con il tempo, cioè con le esitazioni di un non-ancora io, abbia avuto luogo (esitazioni sulle quali, verosimilmente, tutti scommettiamo. Per vivere). Nella scommessa è sempre questione, anzi, non solo di estensione, ma di durata, dunque di tempo-spazio, cioè di un aver luogo e di un prendere tempo che sono da pensare assieme. Io sono soltanto la mia non-relazione con lo spazio e il tempo; il che significa che io mi dò soltanto in una relazione a posteriori. Tale è la forma di un soggetto che non esiste, ma che si forma “a scatti”, cioè per sommatoria di riflessi incoerenti e anacronici.

4 Cfr. Marco Dotti, Il calcolo dei dadi, cit., p. 25.

5 Ivi, p. 26.

6 Ivi, p. 26.

7 Ivi, p. 28.

8 Come già accennato, un registro è quello della raccolta e orchestrazione di frammenti e indici testuali. Questo livello della prosa si svolge in orizzontale, mappando varie superfici semantiche (la pittura, i resti archeologici, la letteratura, le etimologie, ecc.). Un altro registro, sovrapposto al primo, è costituto da uno scavo del suo stesso testo, da un continuo interrompere il testo con la nota, il rinvio, la ripresa altrove. L’apparato di note è ricchissimo, a sua volta debordante: in alcuni capitoli, esso è esteso quasi come il corpo del testo “principale”. Non si capirebbe questo libro, se non si prendesse sul serio questa erosione del senso esposto sulla pagina.

9 Ivi, p. 34.

10 Ivi, p. 35, nota 5.

11Ibid.

12 Si veda, su questi e altri aspetti etimologici e filologici, la postfazione di Lucia Amara, Alea. Una parola senza etimologia, in Il calcolo dei dadi, cit., pp. 99-107, e, quivi, la sezione del testo Dizionari, Lessici e Thesauri, pp. 108-109.

13 Ivi, p. 37.

14 Notiamo infatti che, quanto al soggetto, azzardo è anche «spia o sintomo» che lega col tedesco hart, hardus, che giungerebbe sino all’anglo-sassone hard, in quanto nel gioco «a prevalere è comunque la forza del battere: quella del lancio e della sfida asimmetrica alla sorte. “Hart” significa infatti anche laccio, legame, decisione, forca» (Il calcolo dei dadi, cit., p. 37), come nell’espressione che designa l’impiccagione nelle vecchie procedure francesi «a peine de la hart» (Ibid.).

15 Ivi, p. 68.

16 Ivi, p. 47.

17 Ivi, p. 48.

18 Ivi, pp. 48-49.

19 Ivi, p. 48.

20 Ivi, p. 50.

21 Cfr. M. Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2012.

22 Cfr. Christoph Türke, La società eccitata. Filosofia della sensazione, Bollati Boringhieri, Torino 2012.

23 Cfr. Günther Anders, L’uomo è antiquato. 1. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

24 M. Dotti, Il calcolo dei dadi, cit., p. 51.

25Ibid.

26 Ivi, p. 52.

27Ibid.

28 Ivi, p. 56.

29 Ivi, p. 77.

30Ibid.

31 Perché il singolare? Dotti lascia aperta l’idea che ci siano vari capitalismi dentro il capitalismo, pur senza esplicitare né argomentare questa tesi. L’orizzonte euristico del gioco è forse questo: rendere visibile che oggi non c’è più un capitalismo, ma un disordine nel capitale, un divertissement dai risvolti anche tragici, sempre più spregiudicato anche verso la sua stessa forma unitaria. L’azzardo ri-vela le connessioni dentro il capitale-supporto-uno, cioè le relazioni che formano questa piattaforma del mondo storico, e ri-vela la miopia degli atteggiamenti antagonisti come ciò che impedisce loro di comprendere le forme ramificate del capitale, le sue asimmetrie, insensate per gli stessi capitalisti, finanzieri, lobby, ecc.. L’unicità del capitale è quindi un mito, ossia una favola consolatoria per chi tenta di delimitarne la potenza devastante, e che forse deriva più dalla forma dell’analisi che dalla realtà concreta: pensando al capitalismo come uno, cioè come totalità, la filosofia si scopre così ancora metafisica. Il caso, il dado che rotola altrove, che rompe il pericolo dell’unità e modifica il concetto di produzione (“si può produrre il caso?”, si domanda l’autore) senza che nessuno se ne accorga, sta già dissipando e dissolvendo lo schema totalitario.

32 Ivi, p. 78.

33 Cfr. ivi, p. 77; citazione tratta da Cicerone, De divinatione, XII, 22.

34 Ivi, p. 78.

35 A. Gargani, Il sapere senza fondamenti. La condotta intellettuale come strutturazione dell’esperienza comune, Einaudi, Torino 1975, p. IX, corsivo mio.

36 A. Gargani, Il sapere senza fondamenti, cit., p. 109.

37 Ivi, p. 108.

38 Ivi, p. 98.

39 M. Dotti, Il calcolo dei dadi, cit., pp. 82-83.

40 Ivi, p. 80.

41 Ivi, pp. 80-81.

42 Ivi, p. 82.

43Ibid.

44 Ivi, p. 79.

45 M. Dotti, Slot City, cit., p. 35.

46 Ivi, pp. 54-55.

47 Cfr. ivi, p. 21.

48 Ivi, p. 20.

49 Ivi, p. 25.

50 Ivi, p. 30.

51 Ivi, p. 29.

52 Ivi, p. 33.

53 Ivi, p. 31-32.

54 Ivi, p. 39.

55 Ivi, p. 51.

56 Ivi, p. 53.

57 Ivi, p. 58.

58 Ivi, pp. 58-59.

59 Ivi, p. 58.

60 Ivi, p. 59.

61 Il nesso con Pasolini, è di natura più ampia. Si pensi, per esempio, alla citazione della scena da Il Vangelo secondo Matteo (1964) in cui i soldati si giocano a dadi la tunica di Gesù. Tale scena è posta da Dotti come conclusione all’intero libro Il calcolo dei dadi, (Cfr. M. Dotti, Il Vangelo secondo Matteo, cit., p. 98).

62 Ivi, p. 63 e ss.

63 Ivi, pp. 67-68.

64 Ivi, p. 77.

65 Ivi, p. 75.

66 Ivi, p. 86.

67 Ivi, pp. 88-89. Il testo di Le Breton è tratto da M. Dotti, Il vero paradiso è sotto i nostri piedi. Dialogo con David Le Breton, «il manifesto», 26.10.2013.

68 Ivi, p. 89.

69Ibid.

70 Ivi, p. 95.

71 Ivi, p. 96.

72 Ivi, p. 98 e ss.

73 Ivi, p. 96.