Protezione ed estorsione



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Federico Varese
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  Protezione ed estorsione
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Introduzione

A partire dagli anni Ottanta del ventesimo secolo, diversi studiosi hanno sostenuto che la Mafia siciliana, la ‘Ndrangheta, la Mafia italo-americana, le Triadi di Hong Kong, la Mafia russa e la Yakuza giapponese sono organizzazioni specializzate nel fornire protezione2. Questi autori hanno due importanti precursori: Leopoldo Franchetti, un aristocratico toscano che nel 1876 pubblica il resoconto di un suo viaggio in Sicilia – Condizioni politiche ed amministrative della Sicilia – e John Landesco, un etnografo americano consulente della Chicago Crime Commission, che pubblica, nel 1929, Organized Crime in Chicago. Lo scopo di questo mio contributo è di rivisitare le intuizioni e i risultati più importanti raggiunti da questi studiosi. Nella prima parte, prendo in considerazione l’ipotesi della mafia come fornitrice di protezione, l’osservazione che i protettori tendono a specializzarsi, e propongo una teoria generale dell’origine delle mafie3. Nella seconda parte, discuto la tesi secondo la quale queste organizzazioni sono invece dedite all’estorsione. La terza parte esamina gli effetti negativi e perversi della protezione mafiosa. Nelle Conclusioni riassumo le argomentazioni principali di questo saggio.

 

La protezione mafiosa

 

Fino a che punto i mafiosi proteggono le loro vittime? Per usare le parole di Landesco, «qual è, se ce n’è una, la funzione del malavitoso? […]; è un parassita oppure svolge un servizio?»4. Esiste ormai un insieme corposo di studi secondo i quali le organizzazioni criminali prima ricordate forniscono un servizio genuino, e non solo protezione contro una minaccia che esse stesse creano. Per esempio, Filippo Sabetti, nel suo importante saggio storico su Villalba, un paese siciliano di meno di 2.000 abitanti e luogo natale di Calogero Vizzini (1877-1954), mostra come la locale cosca proteggesse i contadini contro i banditi e la polizia. Sin dalla fine del XIX secolo, era diventato chiaro come la sicurezza pubblica non fosse assicurata dai funzionari dello stato italiano, e come gli abitanti del paese fossero in pericolo. Il parroco locale incoraggiò Don Calogero ad organizzare «un gruppo di due individui armati per scortare, a pagamento, i paesani che trasportavano grano al mulino nel territorio di Torsa»5. Sabetti sostiene che, una volta che questo servizio si rivelò efficace, Vizzini e il suo gruppo riscossero rispetto e stima, al punto che gli abitanti cominciarono a rivolgersi a loro anche per la risoluzione di altri problemi6.

 

Nella sfera dei rapporti economici, la protezione mafiosa è spesso usata per eliminare la concorrenza, un tipo di attività che è spesso confusa con l’estorsione pura e semplice. Ad esempio, Antonio Calderone ricorda nelle sue memorie che a metà degli anni Cinquanta la cosca catanese decise di aiutare i Costanzo, i titolari di una azienda di costruzioni sotto la sua protezione: «lo scopo era di fare un favore ai fratelli Costanzo. Una bomba fu piazzata nel camino degli uffici dei Rendo [i maggiori concorrenti dei Costanzo a Catania]; dopodiché fu fatta la solita telefonata con una richiesta di denaro»7. Mentre il comportamento della cosca doveva apparire del tutto predatorio ai Rendo – la mafia non aveva alcuna intenzione di fornire loro alcun servizio e la ‘solita telefonata’ era solo un trucco per estorcere denaro – Calderone e i suoi complici stavano facendo il loro ‘dovere’ nei confronti dei Costanzo, in questo caso proteggerli contro la concorrenza8.

 

Le mafie non solo intimidiscono gli imprenditori non protetti, ma anche lavoratori e sindacati. Ad esempio, in Russia nel 1997 una banda locale intervenne per porre fine ad uno sciopero a Vorkuta, una città non molto distante dal circolo polare artico. Il beneficiario e molto verosimilmente anche il mandante di tale pressione fu la compagnia proprietaria della locale miniera di carbone9. Nell’intimidire sindacati e operai, la nuova mafia russa seguiva le orme dei suoi omologhi italiani, americani e giapponesi, come è stato ampiamente documentato in numerosi studi e testimonianze10. Le mafie hanno anche offerto protezione contro l’estorsione11, contro i furti e le vessazioni della polizia12, protezione dei diritti di proprietà13, recupero crediti14, e la composizione di una ampia gamma di conflitti e controversie15.

 

Un tipo di protezione identificata sia da Franchetti che da Landesco è quella degli accordi di cartello. Durante il suo viaggio in Sicilia, Franchetti si imbatte in una associazione di mugnai (La società dei mulini) che si dice essere controllata dalla mafia. La funzione di quella associazione è mantenere alti i prezzi della farina, limitandone la produzione. I membri pagano una quota associativa e quindi si accordano per non competere tra di loro, e i mafiosi si assicurano che i patti vengano rispettati16. Landesco osserva un fenomeno simile tra gli Italo-Americani nella Chicago degli anni Venti. Gli uomini d’affari – scrive l’antropologo americano – si rivolgono ai gangsters per assicurarsi la «stabilizzazione del mercato», in violazione delle severe leggi anti-trust. Ciò implica la punizione delle aziende ‘fuorilegge’ che cercano di infrangere questi patti, vendendo la loro merce ad un prezzo inferiore di quello stabilito dall’accordo e/o invadendo territori altrui, ‘rubando’ la clientela agli altri imprenditori17. Peter Reuter e Diego Gambetta, sia indipendentemente che in un saggio scritto in collaborazione, hanno approfondito queste osservazioni etnografiche18. Gambetta e Reuter (1995) delineano le condizioni in base alle quali gli affiliati sono in grado di penetrare mercati legali e offrire servizi che facilitano gli accordi illegali. Secondo questi due studiosi, la mafia riesce a proteggere tali patti in settori dove la domanda non è elastica, c’è poca differenziazione tra prodotti diversi, le aziende sono numerose e le barriere per entrare sono basse. Essi mostrano come mafiosi americani e siciliani siano in grado di proteggere tali accordi in diversi settori economici, come le costruzioni, i trasporti, la vendita al dettaglio, la raccolta dei rifiuti, i taxi e la fornitura di calcestruzzo. Allo stesso modo le mafie proteggono cartelli nei mercati illegali, come, per esempio, quello degli allibratori negli USA e del contrabbando di sigarette e degli scippi nel sud Italia. Gli imprenditori che pagano i gangster ricevono in cambio un servizio che permette loro di arricchirsi a spese dei consumatori19. Altri studiosi hanno confermato il coinvolgimento della mafia nella protezione degli accordi di cartello ad Hong Kong e nell’Italia del nord20.

 

A volte sono le ‘vittime’ a sollecitare i servizi del gangster: «l’esponente del racket non sempre si impone nei confronti di un’industria o un’associazione – scrive Landesco. Egli spesso è chiamato ad intervenire perché i suoi servizi sono richiesti», sebbene non sia «facile scrollarsi di dosso» una mafia una volta che si sia imposta in un settore21. Nelli nota anche che «piuttosto che essere il frutto di una imposizione dei criminali sulle loro vittime, capita spesso che rapaci uomini d’affari, con la scusa di voler ridurre la concorrenza spietata, si siano rivolti a dei malviventi chiedendo loro aiuto per danneggiare dei concorrenti o per intervenire in conflitti con i propri dipendenti»22. Anche Barbara Alexander, nel suo studio sugli accordi di cartello nel settore della produzione di pasta nella Chicago degli anni venti, documenta come Gennaro Calabrese sia stato assunto da uomini d’affari per imporre il rispetto di accordi illegali23. Nel caso della Sicilia, Gambetta e Reuter riferiscono che Angelo Siino – un imprenditore edile palermitano – chiese a Cosa Nostra di coordinare gli appalti dei lavori pubblici a Palermo negli anni Ottanta24.

 

Tali organizzazioni hanno interesse a non far pagare un pizzo troppo elevato alle loro vittime. Per esempio, a metà degli anni Ottanta, Cosa Nostra americana pretese non più di 400.000 dollari all’anno come compenso per organizzare la raccolta dei rifiuti a Long Island, mentre i profitti degli imprenditori del settore erano stimati a più di 10 milioni. Il controllo mafioso del cartello del cemento a New York City prevedeva un compenso del 2% sui contratti ottenuti grazie alla protezione mafiosa25. Nel caso della Sicilia, la mafia faceva pagare solo il 5% del valore di ogni contratto per organizzare gli appalti nel settore delle costruzioni, di cui il 3% andava direttamente all’organizzazione e il 2% ai politici26. Chi faceva guadagni ingentissimi erano gli imprenditori.

 

Imporre un pizzo eccessivo è controproducente. La Commissione parlamentare antimafia del 2000 riporta le parole del prefetto di Catanzaro Francesco Stranges. Il prefetto nota che la somma di denaro regolarmente richiesta dalla ‘Ndrangheta è spesso modesta: «I mafiosi, a meno che non siano particolarmente avidi, praticano l’estorsione ad un livello accettabile, perciò è molto difficile trovare individui che vogliano testimoniare contro di loro»27. Gli ‘Ndranghetisti stessi hanno espresso preoccupazione per richieste troppo esose. In un caso, il capo della famiglia di San Luca, la quale è considerata la depositaria delle norme e dei valori collettivi di tutta la ‘Ndrangheta, fu allarmato dalle richieste eccessive che il capo della famiglia di Locri stava imponendo nel suo territorio. In una intercettazione dice: «Lo sai perché sono venuto qui [ad incontrarti]? Totò sta attento che quando la razza umana, il popolo ti va contro, tu perderai tutto quello che hai accumulato in trent’anni! Tu lo perderai! Quando cominci a distruggere la saracinesca di questo tipo, a dare fuoco all’automobile di un altro, il popolo si ribellerà!»28. Una strategia razionale consiste nel pretendere una cifra che sia il più alta possibile ma non vada oltre la certa soglia oltre la quale diventerebbe difficile raccogliere il pizzo, rischiando che le vittime si ribellino e/o che un competitore entri nel territorio e offra un prezzo più basso29. Sembra che il boss di San Luca abbia compreso questo principio senza consultare alcun testo di economia della protezione.

 

I mafiosi sono specializzati nell’offerta di protezione oppure svolgono anche altre attività? Gli studiosi del crimine organizzato tendono a considerare il coinvolgimento di un noto criminale in una certa impresa come la prova che questa sia la sua principale attività, confondendo quindi la merce protetta con il business della protezione. Al contrario, John Landesco offre un esempio nel quale un socio in affari è chiaramente un protettore mascherato. Il mercato delle lavanderie e delle tintorie di Chicago negli anni Venti era dominato da un’associazione che minacciò un certo Morris Becker, un imprenditore indipendente che aveva rifiutato di rispettare le regole dell’Associazione (tali regole erano accordi di cartello per ridurre la concorrenza). Così Mr. Becker si rivolse ad Al Capone e lo fece socio della sua azienda. L’uomo d’affari si vantò in un’intervista: «Non ho bisogno della polizia o dei sindacati ora. Adesso ho la migliore protezione del mondo». Sebbene fosse formalmente un ‘socio’, chiaramente il ruolo di Al Capone era quello di proteggere Becker dalle minacce dei suoi concorrenti30. Questa vicenda mette in luce anche un altro aspetto della protezione mafiosa, vale a dire la produzione di esternalità negative: se la maggior parte degli imprenditori usa la protezione mafiosa in un certo ambito, coloro che non sono protetti diventeranno il bersaglio delle vessazioni della criminalità (comune o organizzata), così spingendoli a cercare l’aiuto dei gangsters, come aveva fatto Becker31. L’equilibrio che ne risulta è Pareto Inferiore, dove ognuno è spinto a cercarsi un protettore. In altre parole, pagare è una strategia dominante per ogni giocatore in un Dilemma del Prigioniero con n-partecipanti. Mentre corrisponde all’interesse di ciascuno utilizzare la protezione mafiosa, il risultato collettivo è disastroso per tutti.

 

Casi ancora più complessi di quello appena citato confermano la distinzione fondamentale tra chi produce beni e servizi, e chi si occupa di protezione. Durante la Grande Depressione negli USA, le banche erano riluttanti a prestare soldi ai piccoli laboratori di abbigliamento di New York City, un settore economico non altamente tecnologico, dove le barriere all’ingresso nel mercato erano basse ed era alto il rischio dei fallimenti. A quell’epoca, i gangster americani avevano una discreta disponibilità di denaro grazie ai profitti realizzati con il Proibizionismo e, come racconta Lucky Luciano, cominciarono a finanziare gli operatori di questo settore industriale: «Noi fornimmo alle aziende che lavoravano con noi il denaro per aiutarle a comprare merci e tutto il materiale di cui esse avevano bisogno per la produzione. Quindi, se uno dei nostri imprenditori non era più in grado di restituire il prestito e sembrava avere un buon business, allora ne diventavamo soci»32. In apparenza sembra che i mafiosi si trasformassero da protettori in finanziatori e soci d’affari. Tuttavia va tenuto conto che la mafia ha una caratteristica fondamentale: è più efficace delle banche nel recuperare i crediti. Come Avinash Dixit ha sottolineato di recente, se il costo di entrare in settore economico è basso, lo è anche il costo di uscirne, magari dimenticando di ripagare i debiti. La mafia era più efficiente delle banche a scovare coloro che non restituivano i soldi dovuti ai creditori33. Inoltre, i mafiosi che decidevano di investire in questo ambito avevano un incentivo a far sì che i ‘loro’ imprenditori non fallissero. Essi erano in grado di offrire protezione ad altri e, se necessario, anche a se stessi34. Certo, come chiunque abbia una certa disponibilità di denaro, anche i mafiosi investono il frutto del loro lavoro e dedicano parte del loro tempo a discutere di questi investimenti. Per esempio, Campana (2011) ha analizzato le conversazioni dei membri del clan camorristico dei La Torre, intercettate dalla polizia in un periodo di sette mesi tra il 1998 e il 1999. Egli scopre che il tema ‘protezione’ è discusso nel 30,7% delle conversazioni, mentre il tema ‘investimenti nell’economia legale ed illegale’ è discusso nel 18% delle conversazioni. Gli investimenti della mafia possono avvenire sia nelle zone che esse controllano sia al di fuori del territorio di origine. In un’analisi delle attività economiche delle mafie italiane in 110 città europee (Italia esclusa), Campana (2013) mostra che l’investimento senza controllo del territorio (quello che l’autore chiama ‘diversificazione’) è la modalità più comune di espansione delle mafie al di fuori del territorio di origine35. Questo, ovviamente, non significa che la fonte principale del reddito mafioso non sia la protezione.

 

Fino a che punto le origini delle mafie dipendono dalla loro abilità di offrire protezione? Franchetti nota che lo stato nella Sicilia del XIX secolo non era in grado di far rispettare in modo credibile ed effettivo la legge e l’ordine. La mancanza di fiducia nella capacità delle autorità di far rispettare le più basilari regole di mercato, sempre più diffusa tra la popolazione, riduceva anche la fiducia interpersonale. I siciliani più ambiziosi, che volevano approfittare al meglio delle nuove opportunità economiche, si rivolsero ad individui che avevano cominciato ad offrire un sostituto della sicurezza statale, vale a dire protezione criminale. Quando questi primi gruppi mafiosi (cosche) riuscirono a controllare alcuni mercati legali, essi entrarono in conflitto tra loro, segno del fatto che ognuno di essi tentava di essere il fornitore esclusivo di protezione in un dato mercato e/o territorio36.

 

Alla luce delle osservazioni di Franchetti, Diego Gambetta (1993) spiega l’origine della mafia siciliana come una risposta ad una transizione all’economia di mercato nel primo Ottocento che si rivelò imperfetta, in presenza di uno stato che non riusciva a definire con chiarezza e proteggere i diritti di proprietà introdotti con la fine del feudalesimo, in una situazione di sfiducia generalizzata e banditismo diffuso. Inoltre era presente ‘un’offerta’ di individui disoccupati e in grado di usare la violenza. Infatti, le guardie armate (campieri) un tempo al servizio dei signori feudali erano ora senza padrone, a cui si aggiungevano i soldati del dissolto esercito borbonico. La combinazione letale tra la domanda di protezione della proprietà e dei diritti, la presenza della minaccia del banditismo e i conflitti con altri proprietari, nonché il basso livello di fiducia, e la presenza di soldati allo sbando e di campieri disoccupati, diede origine alla mafia siciliana tra gli inizi e la metà dell’Ottocento37.

 

Questa prospettiva, che possiamo definire la “property-rights theory dell’origine della mafia” è stata estesa ad altri contesti, quali il Giappone e la Russia post-sovietica38. Il Giappone ha sperimentato una rapida transizione da una società agraria e feudale ad una moderna economia industrializzata durante il periodo Meiji, che va dal 1868 al 1911. Durante questa fase, il paese vide la fine del feudalesimo, la diffusione della proprietà privata (soprattutto della terra), l’introduzione di importanti riforme – come la riforma agraria (1873-76), e l’introduzione di una costituzione scritta (1889) e di un codice civile modellato su quello francese (1898) – e la centralizzazione del potere statale. Come conseguenza della diffusione della ricchezza privata aumentarono i conflitti tra cittadini e lo stato (specialmente in riferimento al livello di tassazione), e tra i proprietari. L’amministrazione statale non fu in grado di approntare meccanismi di risoluzione dei contenziosi che fossero veloci ed efficienti. Allo stesso tempo, la transizione al mercato produsse una crisi dell’ampia e ormai inutile classe dei guerrieri samurai, che organizzarono una serie di ribellioni, come quelle di Saga (1878), di Akizuki (1876), che culminarono in quella di Satsuma (1877). Mentre alcuni gruppi di samurai divennero semplici banditi, altri vendevano i loro servizi di protezione alle vittime di questo banditismo giapponese. In altre parole, individui in grado di usare la violenza in maniera efficace cominciarono ad offrire servizi per la risoluzione delle dispute e la protezione al di fuori dell’ambito dello stato, dando origine alla moderna Yakuza39.

 

La Russia ha vissuto un processo non troppo dissimile. Dal 1986 in poi, il paese vide la rapida diffusione dei diritti di proprietà non sostenuti dall’introduzione di adeguati meccanismi di soluzione delle dispute commerciali. Questo fatto generò una domanda di protezione non statale, la quale coincise con la presenza di individui addestrati alla violenza e senza più un’occupazione. Nel caso della Russia, questi individui erano innanzitutto soldati dell’Armata Rossa, veterani dell’Afghanistan, sportivi disoccupati ed ex-detenuti. La mafia russa emerse in questa congiuntura storica e molti gruppi adottarono rituali e norme simili basati su quelli dei vory-v-zakone40. Generalizzando la “la property-rights theory dell’origine della mafia”, è possibile concludere che la mafia emerge in quelle società che sono caratterizzate da una tardiva ma rapida transizione all’economia di mercato, mancano di una struttura legale che protegga i diritti di proprietà e in grado di risolvere i conflitti tra proprietari, e nelle quali si riscontri la presenza di individui in grado di usare la violenza che si trovano senza occupazione. Così tra i nuovi proprietari emerge una domanda di protezione che le autorità sono incapaci di soddisfare, mentre allo stesso tempo un’offerta di individui addestrati alla violenza è presente in questo mercato del tutto particolare.

 

Basta la domanda di protezione per generare l’offerta? Landesco nota come «la violenza connessa ai conflitti nel mercato del lavoro è sostanzialmente sconosciuta in Inghilterra» negli anni Venti del Novecento – a dispetto della presenza di un significativo attivismo sindacale – a differenza di quanto avveniva negli Stati Uniti nello stesso periodo. Egli conclude che è la «presenza di gente che sa usare le armi e pronta a mettersi al lavoro» che marca la differenza tra gli USA e la Gran Bretagna41. Pertanto, assumendo che la domanda sia costante, è la presenza dell’offerta che fa la differenza42. Questo spiega anche perché in altre parti del Sud Italia la mafia non emerse nonostante il fatto che lo stato fosse egualmente inefficace a proteggere i diritti di proprietà e a risolvere le controversie.

 

La “property-rights theory dell’origine della mafia” resta la più convincente tra quelle che cercano di spiegare come nascono le mafie. Ma non è del tutto chiaro come essa sia in grado di spiegare certi casi. Ad esempio, la mafia italo-americana è emersa negli anni Venti del Novecento in assenza di una transizione all’economia di mercato, oppure la ‘Ndrangheta si è radicata nel Nord Italia a partire dalla fine degli anni Settanta. In un nuovo studio, Varese (2011) offre un resoconto dettagliato di queste due casi, e una prospettiva più generale per spiegare la nascita delle mafie43.

 

In che modo è possibile spiegare come è nata la mafia italo-americana in un’epoca in cui gli USA erano un’economia di mercato ben funzionante? I mafiosi arrivarono a New York a partire dalla fine del XIX secolo, e sopratutto nei primi anni del Novecento. Il fattore che li spinse ad emigrare fu il tentativo di mafiosi siciliani di sfuggire alla giustizia, mentre altri arrivarono come parte di una generale migrazione verso il Nord America, in cerca di una vita migliore. Nel XIX secolo, i settori economici più redditizi erano già ‘protetti’ da poliziotti corrotti e politici locali. Gli italiani negli USA entrarono in alcune gang che avevano rudimentali riti di iniziazione simili a quella della mafia siciliana, ma i crimini che commettevano erano semplici furti (sopratutto di cavalli), contraffazione del denaro, e estorsione. Dunque non si distinguevano da criminali comuni di altre etnie e non avevano certo le caratteristiche di una mafia.

 

Nella prima decade del ventesimo secolo qualcosa cambiò: i leader del cosiddetto Movimento Progressista (Progressive Movement) riuscirono a promuovere riforme che ebbero l’effetto di ridurre la corruzione tra gli amministratori locali e i poliziotti, i quali operavano come protettori informali di diversi mercati illegali, come quelli della prostituzione, del gioco d’azzardo e dei locali notturni. Questi tre mercati, assieme alla repressione extralegale dell’attivismo sindacale (un altro ambito dove la polizia ostacolava scioperi e manifestazioni perfettamente legittime), si trovarono improvvisamente senza protezione. La conseguenza involontaria della riforma della polizia fu quella di offrire ai criminali italiani un’opportunità d’oro, cioè prendere il posto dei poliziotti corrotti e offrire i loro servizi di protezione e di risoluzione delle controversie. Il successo maggiore del Progressive Movement fu di mettere al bando il consumo e la produzione di alcol nel 1920. Nacque così il Proibizionismo. Ma quale fu l’effetto non voluto di questa ulteriore riforma? Un vasto mercato per definizione al di fuori della giurisdizione statale fu creato poco dopo la riforma della polizia. I mafiosi colsero immediatamente questa ulteriore opportunità e cominciarono a proteggere i carichi di alcol che, provenienti dalla costa nel New Jersey (la cosiddetta “Rum Row”) giungevano a New York City. Essi furono anche in grado di creare spazi dove fornitori di alcol potevano incontrare distributori e stabilire i prezzi. In altre parole, crearono una sorta di borsa valori (detta Curb Exchange) dove compratori e venditori di una merce illegale potevano raggiungere accordi commerciali su qualità, prezzo e modalità di consegna del prodotto. Tutto questo veniva garantito dai mafiosi italiani44. Durante e dopo il Proibizionismo, le famiglie di Cosa Nostra americana continuarono a svolgere un ruolo centrale anche in altri mercati illegali, come quelli della prostituzione e del gioco d’azzardo45. La mafia italo-americana emerse poiché il governo non era in grado di governare alcuni mercati legali – come la vendita al dettaglio e i conflitti sindacali – e illegali – come la prostituzione, il gioco d’azzardo e la vendita di alcolici in certe ore del giorno. Il Proibizionismo mise fuorilegge la produzione e il consumo di alcol. Poiché la domanda di alcolici rimase altissima, Cosa Nostra italo-americana si dimostrò in grado di regolare e governare anche questo settore.

 

Un fenomeno estremamente preoccupante per l’Italia di oggi è la presenza nel nord del paese di famiglie della ‘Ndrangheta46. Quali sono i meccanismi che hanno reso possibile questo esito? Varese (2011, pp. 31-52) cerca di rispondere a questa domanda in uno studio di Bardoennchia e della Val di Susa (provincia di Torino), dove questa organizzazione criminale si è radicata. In questo caso, vi fu un improvviso boom economico nel settore delle costruzioni negli anni settanta, sopratutto la costruzione di seconde case per amanti della montagna e dello sci. Gli imprenditori locali non avevano a disposizione una forza lavoro sufficiente per far fronte alla domanda, e temevano che la concorrenza esterna avrebbe ridotto i loro margini di profitto. Così volevano assumere in tutta fretta forza lavoro docile e ridurre la concorrenza. Per pura coincidenza, alcuni membri della ‘Ndrangheta erano stati mandati al soggiorno obbligato in quelle zone e avevano accesso a meridionali residenti in Piemonte che non avevano trovato lavoro nelle grandi fabbriche di Torino, come la Fiat. Così si misero a fornire operai ai costruttori locali di Bardonecchia. La violenza fu usata per forzare alcune aziende a lasciare il fiorente mercato delle costruzioni e ridurre la concorrenza esterna. Col tempo alcuni individui vicini alla mafia entrarono in politica fino a quando il Comune di Bardonecchia venne sciolto per infiltrazioni mafiose nel 1995, il primo caso di questo tipo nel Nord Italia. Diverse teorie avanzate in passato non sono in grado di spiegare come è possibile che una mafia si radichi nel civilissimo nord. La tesi secondo la quale le mafie nascono in contesti dove la fiducia è scarsa (Putnam 1993; Gambetta 1988 e 1993) chiaramente non si applica in questo caso, dove i livelli di fiducia interpersonale sono tra i più alti del paese. Ma neppure la “property rights theory” dell’origine della mafia riesce a dar conto di un caso simile: infatti, l’Italia del Nord è senza dubbio una economia di mercato funzionante che assicura la protezione dei diritti di proprietà. Ad esempio, il tribunale di Torino è tra i più efficienti d’Italia. Quello che spiega questo caso è la presenza di un boom economico improvviso in un mercato locale non governato dallo stato che produce una domanda di protezione criminale in contesto dove i diritti di proprietà sono chiaramente definiti, la fiducia è alta e il potere giudiziario è in grado di comporre le controversie legittime tra i diversi attori del mercato. Qui gli imprenditori volevano assicurarsi un vantaggio indebito nel mercato delle costruzioni e una mano d’opera a basso costo e non sindacalizzata. Le trasformazioni economiche che non riescono ad essere efficacemente governate dalle autorità legittime possono dare origine ad una domanda di protezione criminale. In presenza di una ‘offerta’ adeguata, come gli ‘ndranghetisti al soggiorno obbligato in Piemonte, una mafia può emergere.

 

In sintesi, le argomentazioni fino ad ora svolte sono arrivate alle seguenti conclusioni: è ampiamente dimostrato che la protezione mafiosa può essere genuina ed efficace; che i protettori tendono a specializzarsi; e che quando trasformazioni economiche significative – come un boom in un mercato locale o una generale transizione all’economia di mercato – non sono governate da autorità locali e nazionali, danno origine ad una domanda di protezione per cui, se è presente ‘un’offerta’ di persone addestrate alla violenza, una mafia può emergere.

 

L’estorsione

 

Molti osservatori rimangono però scettici e continuano a pensare che le mafie offrano semplicemente una protezione contro pericoli che esse stesse creano. Vale la pena di cercare di capire perché tale posizione sia tanto diffusa. Parte della risposta risiede nelle diverse accezioni in cui il concetto viene adoperato. L’estorsione è normalmente definita nelle scienze sociali come estrazione forzata di risorse economiche per servizi che sono promessi ma non forniti47. Questa caratterizzazione non è universalmente accettata. Infatti, molti considerano l’estorsione: 1) un pagamento eccessivo per un servizio reso; 2) l’imposizione di un servizio48; 3) un servizio di scarsa qualità. Come cercherò di mostrare, queste tre fenomenologie sono tutte presenti nel comportamento dei mafiosi, ma da ciò non segue che la loro protezione sia fittizia49.

 

La mafia (e gli stati) possono far pagare cari i loro servizi poiché hanno un monopolio naturale in questo settore. La ragione per cui tale bene è venduto in regime di monopolio è nota: non è possibile sottostare a due sistemi di tassazione in competizione tra loro o, come ebbe a scrivere T.C. Schelling, «non posso prendermi metà del guadagno degli allibratori se tu lo prendi prima di me»50. Finché i protettori hanno il controllo monopolistico, possono far pagare una cifra che è molto superiore al costo di produzione. Alcune volte e in certi casi, tale costo può essere ridotto. Per esempio, se il protettore ha un controllo stabile e sicuro di un certo territorio, e quindi opera in un orizzonte di lungo periodo, può ridurre il prezzo che impone avendo un interesse egoistico nella produttività di lungo periodo delle sue vittime. Il punto cruciale è il seguente: far pagare un prezzo elevato per un bene non equivale a estorsione, sebbene tutti noi abbiamo in mente espressioni come: “ma questa è un’estorsione!”, in riferimento a prezzi esorbitanti. Come è stato sottolineato dallo storico dell’economia Fredric Lane in riferimento all’emergere dello Stato moderno nell’Europa occidentale, il servizio fornito dai professionisti della protezione era spesso di scarsa qualità e sovrapagato, ma nondimeno rimaneva un servizio genuino51.

 

La mafia (e gli stati) tendono anche a imporre se stessi alle loro vittime, anche se nel caso delle mafie esistono delle eccezioni, come abbiamo visto sopra. Tale forzatura non implica che la protezione sia fittizia, come già sottolineato da Franchetti: «la distinzione tra un danno evitato e un beneficio ottenuto è artificiale. [Nella maggior parte dei casi] la linea che li separa è impossibile da determinare o, piuttosto, non viene affatto percepita. Quando i malfattori si intromettono e dominano la maggior parte delle relazioni sociali, […] l’azione che effettivamente può salvare un individuo dalla loro ostilità può anche arrivare a farseli amici, con i relativi vantaggi»52. Un episodio narrato da Pete Salerno illustra bene questo principio. Pete e Figgy (Anthony Ficarotta), affiliati alla famiglia Genovese a New York City, costringevano alcuni venditori ambulanti a pagare il pizzo, dando loro assicurazione che, se necessario, si sarebbero fatti carico dei loro problemi. I due non avevano alcuna intenzione di fare alcunché. Dopo un po’ di tempo, le vittime cominciarono a chiedere quello per cui avevano pagato senza aver ancora ricevuto nulla in cambio: «il tipo con la bancarella di frutta vuole quello per cui ha pagato, protezione». Allora i due si sentirono in dovere di fare qualcosa, «oppure quelli potrebbero arrabbiarsi e non pagare più». Ciò che era cominciato come l’imposizione del pizzo senza intenzione di offrire alcunché in cambio (estorsione), si trasformò in vera e propria protezione53.

 

La mafia (e gli stati) possono offrire un servizio scadente e parziale. Ad esempio, alcuni proprietari di chioschi nella città russa di Perm negli anni Novanta pagavano una gang locale che non era in grado di impedire le vessazioni della polizia, né forniva un aiuto molto efficace contro la piccola criminalità54. Per quanto imperfetta e parziale, la protezione mafiosa in quel caso era comunque migliore di quella che offriva la polizia, la qale era estremamente corrotta. Spesso la mafia è paragonata ad una situazione ideale nella quale gli organi dello stato sono in grado di perseguire efficacemente e celermente ogni singolo crimine, mentre la realtà è spesso lontana dall’ideale. Per esempio, l’Italia soffre di un ritardo cronico nella conclusione dei processi civili. Ci vogliono in media 1.210 giorni per risolvere una disputa contrattuale, paragonati ai 394 della Germania, ai 389 della Gran Bretagna e ai 331 della Francia (la media europea è di 518 giorni. I costi legali in Italia sono anche tra i più alti in Europa)55. Non stupisce dunque che la protezione mafiosa sia solo marginalmente più efficace di quella statale.

 

Una ulteriore fonte di confusione concettuale dipende dal punto di vista degli osservatori. Ciò che è un’estorsione – con conseguente possibile rovina finanziaria – per una vittima della mafia può ben apparire come protezione genuina (ma illegale) agli occhi di altri. Un esempio illuminante è la storia narrata da Antonio Calderone già citata. Quelle che per i Rendo erano richieste estorsive, per i Costanzo erano il prezzo tutto sommato non troppo esoso che pagavano per ridurre la competizione. Nella sua autobiografia, Joe Bonanno scrive: «ciò che sembra estorsione per un osservatore esterno è auto-protezione se vista dall’interno»56. Vi è inoltre la possibilità che si ritenga l’estorsione ampiamente diffusa perché sono quelle le storie che più spesso raggiungono la stampa e le aule di tribunale. È più probabile che sia la vittima di una estorsione che non il beneficiario di protezione genuina a denunciare queste pratiche illegali57.

 

In ogni caso l’estorsione esiste. Ad esempio, diverse troupe a Palermo, Hong Kong e Mosca sono state vittime di questo tipo di vessazioni58. Le riprese cinematografiche sono particolarmente a rischio perché cast, regista e produttori lavorano a ritmi serrati e non possono permettersi il più piccolo ritardo. Queste produzioni in genere provengono dall’esterno e molto probabilmente non hanno contatti con gli uomini d’onore locali. Inoltre è estremamente improbabile che rimettano piede in quella cittadina e quindi sono più esposte a richieste puramente parassitarie59. Va detto però che esiste una soluzione: in alcuni casi, certe troupe cinematografiche ‘lungimiranti’ si sono accordate con agenzie cinematografiche locali per assicurare al produttore la pace sul set. Presumibilmente queste ultime possono contare su contatti ben consolidati con elementi mafiosi del luogo60.

 

Varese (1996) distingue i gruppi criminali incontrati in Russia negli anni Novanta in tre tipi: predatori, estorsivi e protettivi. Il primo tipo impone tributi troppo alti con il risultato che l’azienda fallisce quasi subito; il secondo estrae un pizzo relativamente basso ma non offre nulla in cambio; il terzo è costituito da gruppi in grado di fornire protezione effettiva, e spesso sono le aziende stesse che cercano questi individui61. Da un punto di vista dinamico, i gruppi estorsivi devono trasformarsi in gruppi protettivi se vogliono sopravvivere nel lungo periodo, in caso contrario sono destinati a scomparire. Allo stesso tempo, alcuni mafiosi possono smettere di offrire protezione per trasformarsi in puri e semplici gruppi estorsivi o predatori. Tale trasformazione può dipendere dall’orizzonte temporale del protettore: più esso è breve, più facilmente egli sarà tentato di vessare i commercianti e alzare il prezzo dell’estorsione senza fornire alcun servizio62. Se i commercianti sanno che l’aspettativa di vita del protettore è breve, saranno a loro volta più riluttanti a pagare la protezione e ci possiamo aspettare un maggiore tasso di violenza.

 

In conclusione, sotto certe condizioni i protettori possono trasformarsi in puri parassiti. La pressione della polizia e un orizzonte temporale di breve periodo sono normalmente invocati come spiegazioni di una tale trasformazione. Nondimeno l’impressione che l’estorsione sia la caratteristica essenziale delle mafie deriva, a mio parere, da una confusione concettuale. Essa è spesso confusa con una sovra-tassa, con un servizio scadente, o con l’imposizione di un servizio. L’essenza dell’estorsione è l’estrazione forzata di risorse economiche per servizi che sono promessi ma mai corrisposti. Anche la protezione mafiosa (e statale) può essere imposta, costosa e scadente. Essa diventa estorsione se colui che paga non riceve mai nulla in cambio.

 

 

La protezione mafiosa è un male sociale

 

La protezione mafiosa rimane un fenomeno negativo, un social bad. Nella sfera economica, essa promuove inefficienza e riduce la competizione. Per esempio, Lavezzi (2008) mostra che le regioni dell’Italia a più alta densità mafiosa hanno una crescita più bassa di altre regioni del sud dove la presenza della mafia non è pervasiva63. Pinotti (2012) esamina lo sviluppo economico di due regioni del sud Italia nel secondo dopoguerra esposte all’attività mafiosa dopo gli anni Settanta. Applicando metodi di controllo sintetico alla stima controfattuale del loro sviluppo economico in assenza del crimine organizzato, lo studio conclude che la presenza della mafia abbassa il PIL pro capite del 16%, e aumenta i delitti64. Sia Lavezzi (2008) che Pinotti (2012) trovano che la presenza del settore pubblico nelle regioni dove le mafie sono radicate è ampio e che i capitali privati vengono sostituiti da investimenti pubblici poco produttivi.

 

Si commettono più reati nelle regioni dove la mafia è prevalente? Non mi risulta che vi siano studi analitici in grado di rispondere a questa domanda, almeno per l’Italia. La ragione della scarsità di stime attendibili può dipendere dal fatto che in un territorio dove il crimine organizzato è diffuso, la popolazione potrebbe non rivolgersi alla polizia e preferire usare invece la mafia. Quindi le percentuali ufficiali (basse) dei reati per la popolazione potrebbero essere fuorvianti. Teoricamente, due ipotesi alternative potrebbero essere formulate: da un lato, la mafia protegge chiunque paga, compresi i ladri, e perciò promuove il crimine. Oppure essa permette che alcuni crimini restino impuniti al fine di mantenere alta la domanda per i suoi servizi. Dall’altro lato, la mafia potrebbe non volere la diffusione della piccola criminalità nelle sue aree, perché questa attirerebbe l’attenzione della polizia. Entrambe le ipotesi hanno bisogno di verifiche empiriche65. In ogni caso, la protezione mafiosa non tiene in alcun conto la giustizia, l’equità e il benessere della società nel suo complesso. In un mondo governato dalla mafia non esiste alcun tipo di ‘diritto’. I mafiosi possono pretendere più favori e più denaro da chi paga, e non esiste alcuna autorità superiore alla quale la vittima può appellarsi. Infine, il monito di Agostino d’Ippona rivolto al potere temporale si applica anche alla mafia: «Se manca la giustizia, cosa sono i regni se non dei grandi ladrocini e cos’è il ladrocinio se non un piccolo regno, un covo di banditi?».

 

Conclusioni

 

A partire dagli anni Ottanta, molti studi hanno mostrato che le organizzazioni mafiose svolgono diverse funzioni nei mercati legali, come ridurre la concorrenza e far rispettare accordi di cartello. Inoltre intimidiscono lavoratori e sindacalisti a beneficio degli imprenditori; forniscono protezione contro i furti e contro le vessazioni della polizia; recuperano crediti; e sono in grado di risolvere una varietà di altri conflitti. La mafia offre anche servizi di protezione a chi opera nei mercati illegali, come ladri, sfruttatori della prostituzione e spacciatori. Una tesi diffusa tende a non rilevare queste attività e sostiene che l’estorsione è l’attività chiave dei gruppi mafiosi. L’insistere in questa sottolineatura è in parte frutto di una confusione concettuale. Alcuni confondono l’estorsione con 1) il pagamento eccessivo per un servizio; 2) l’imposizione di un servizio; 3) un servizio di scarsa qualità. Le mafie fanno 1), 2) e 3), ma da ciò non segue che la loro protezione sia finta. È nondimeno accertato che tali organizzazioni a volte impongano se stesse senza dare nulla in cambio o proteggono da un pericolo che loro stesse creano (estorsione). Ciò capita quando il loro orizzonte temporale è breve e si trovano sotto forte pressione da parte delle forze dell’ordine o di altri racket.

 

La protezione mafiosa è un male sociale. Gli economisti sono stati in grado di quantificare i suoi effetti economici. Uno studio ha mostrato che due regioni nel sud Italia hanno perso il 16% del loro PIL a causa di questo fenomeno. La protezione mafiosa, perfino quando è efficace, è fornita senza alcuna considerazione per l’equità, la giustizia e i diritti. Il mondo governato dalle mafie non è solo povero e pericoloso, ma anche profondamente ingiusto. Nelle società democratiche e capitaliste, le mafie sono al servizio di potenti e ben organizzati interessi economici e offrono loro qualcosa di molto utile. Fino a quando questa alleanza tra interessi economici e criminali non verrà recisa la guerra contro la mafia non potrà essere vinta.

 

 

 

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**Sono grato a Alison O’Connor e a Paolo Campana per i loro commenti e a Gianvito Brindisi per aver promosso la traduzione italiana di questo lavoro.

Note al testo

1Traduzione dall’inglese di Vincenzo Cuomo rivista dall’autore. Una versione del presente saggio è in corso di pubblicazione in Handbook of Organized Crime, a cura di Letizia Paoli, Oxford-New York, Oxford University Press, 2013.

2 Graebner Anderson 1979; Reuter 1984 e 1987; Sabetti 2002 (prima ed. 1984); Tilly 1985; Gambetta 1988a, 1988b, 1993; Chu 2000; Varese 1994, 2001, 2006a e 2011; Alexander 1997; Skaperdas 2001; Hill 2003. Vedi anche Fiandaca e Costantino 1994. Per recenti riflessioni su questo gruppo di studiosi, vedi Santoro 2011, Sabetti 2011.

3 Le mafie discusse in questo saggio adottano ognuna un rito di ammissione condiviso dalle diverse ‘famiglie’ e una serie di regole condivise, e si riconoscono come parte di una stessa entità. Ad esempio, un numero di famiglie opera in Sicilia e Cosa Nostra è l’entità collettiva di cui esse sono parte. Nel corso della loro storia le unità interne di ogni mafia sono state più o meno capaci di coordinarsi tra loro attraverso strumenti quali le Commissioni. Chiaramente, questa caratterizzazione esclude molte forme di crimine organizzato. Vedi, tra gli altri, Levi 1998 e 2007, Hobbs 2001.

4 Landesco [1929] 1968, p. 150.

5 Sabetti 2002, p. 103.

6 Sabetti 2002, p. 104. Vedi anche Sabetti 2011, pp. 10-11 e 13. Arlacchi 1993, p. 53.

7 Arlacchi 1993, p. 53

8 Vedi Varese 2010, pp. 17-18; Varese 2011, p. 204n12. Per ulteriori esempi in cui la mafia riduce la competizione, vedi Chu 2000, pp. 53-76; Varese 2001, pp. 115-17. Sul tema dell’imposizione della protezione, vedi Lane 1942, p. 388.

9 Varese 2001, p. 71.

10 Levi [1955] 2010; Bell [1953] 1988, p. 131; Block 1983, p. 43; Gambetta 1993, pp. 93-94, 197-199; Chu 2000, pp. 71-72, 153-4. Vedi anche Jacobs 2006.

11 Arlacchi 1992, pp. 110-1; Gambetta 1993, pp. 174-9; New York Times 29/VIII/1999.

12 Gambetta 1993, pp. 171-74, 190-192; Chu 2000, pp. 43-53; Varese 2001, pp. 69-72, 112-113, 119.

13 Salvatore Contorno, citato in Gambetta 1993, p. 171.

14 Varese 2001, pp. 110-112.

15 Reuter 1995, p. 90; Chu 2000, pp. 77-80; Varese 2001, pp. 102-105, 117.

16 Franchetti [1876] 2009, p. 9. Vedi anche Reuter e Gambetta 1995, pp. 120-121.

17 Landesco [1929] 1968, pp. 152 e 154. Vedi anche Alexander 1997.

18 Vedi, tra l’altro, Reuter 1984; Gambetta 1993; Gambetta e Reuter 1995. Vedi anche Jacobs, Friel e Raddick 1999.

19 Gambetta e Reuter 1995, p. 116. Vedi anche Reuter 1983, pp. 42-4; 1984 e 1987; Gambetta 1993, pp. 195-235.

20 Vedi, rispettivamente, Chu 2000; Varese 2011, pp. 42-43 e Gennari 2013.

21 Landesco [1929] 1968, pp. 152 e 154.

22 Nelli 1976, p. 243.

23 Alexander 1997, p. 144.

24 Gambetta e Reuter 1995, p. 125.

25 Gambetta e Reuter 1995, p. 133. Vedi anche Cowan 2003.

26 Gambetta e Reuter 1995, p. 133.

27 Citato in Varese 2011, p. 208.

28 Citato in Varese 2011, p. 208.

29 Vedi i rilievi di Lane (1942, p. 389; 1958, p. 405) in riferimento all’emergere dello stato moderno.

30 Landesco [1929] 1968, p. 158.

31 Landesco [1929] 1968, p. 158. La trattazione scientifica del tema delle esternalità negative si trova in Lane 1958; Nozick 1974; Gambetta 1993; Bandiera 2003, p. 219; Varese 2010, tra gli altri.

32 Gosh e Hammer 1975, pp. 77-9. Questo brano è citato in Reuter e Gambetta 1995, p. 127 e menzionato in Repetto 2004, p. 163.

33 Dixit 2011.

34 Gambetta 1988a, p. 355.

35 Vedi anche Transcrime 2013.

36 Franchetti [1876] 2000, p. 11. Vedi anche la discussione in Gambetta (1988b, p. 165)

37 Gambetta 1993. Vedi anche Bandiera 2003. Sabetti (2002) contiene un resoconto dettagliato di questo processo.

38 Per un’applicazione alla Cina, vedi Wang 2011.

39 Ho avanzato questa tesi in Varese (2011, p. 194). Vedi anche Milhaupt e West 2000, pp. 49-50; Varese 2003. Sui conflitti su la proprietà delle terre nel periodo Meiji, vedi Brown 1993. Più in generale vedi il classico resoconto di McLaren (1916, pp. 72-90). Sono grato a Alison O’Connor per la discussione su questo punto.

40 Varese 1994, 1996 e 2001. Frye e Zhuravskaya (2001) mostrano che gli operatori economici russi considerano la protezione criminale come una alternativa migliore rispetto a quella della polizia.

41 Landesco [1929] 1968, p. 152.

42 Vedi Gambetta 1993, p. 78.

43 Per una discussione di Varese (2011), vedi, in particolare, Catino (2011), Schneider e Schneider (2011), Ganev (2011), Skarbek (2012), Picci (2013).

44 Contrariamente alla percezione comune (vedi, in particolare, Lupsha 1986, p. 44; Gambetta 1993, p. 252), il proibizionismo non creò la mafia italo-americana. Esponenti di Cosa Nostra americana erano attivi in diversi mercati prima del 1920.

45 Vedi, in particolare, Nelli 1976, p. 122.

46 Sul tema della diffusione della ‘Ndrangheta al di fuori della Calabria, vedi almeno Minuti e Nicaso 1994; Sciarrone 1998; Ciconte 2010; Dalla Chiesa e Panzarasa 2012; Gennari 2013.

47 Varese 2010, p. 18.

48 In effetti, in molte legislazioni l’“estorsione” è definita come l’ottenimento di qualcosa di valore attraverso la coercizione, indipendentemente dal fatto che l’estorsore fornisca qualcosa in cambio. Vedi in particolare la definizione in Block e Anderson 2001.

49 Vedi la discussione in Varese 2011, p. 204 nota 10 e Lane 1958.

50 Schelling 1984, p. 185. Vedi anche Lane 1958, p. 402.

51 Lane 1958, p. 404.

52 Citato e tradotto in Gambetta 1988b, p. 170.

53 Abadinsky (1983, pp. 150-1). questa storia è citata in Gambetta 1993, p. 39 e Hill 2003, p. 20.

54 Varese 2011, pp. 119-113.

55 Dati riportati in Giustizia, Italia fanalino di coda in Europa: lentezza dei processi civili costa 96 miliardi, in AdnKronos 14/I/2912. Vedi anche “L’Italia è maglia nera per la giustizia Processi lumaca, 8 anni la durata media”, La Stampa 21/06/2013.

56 Bonanno 1983, p. 79. Vedi anche la discussione in Lane 1942, pp. 338-9.

57 Gambetta 1988a, p. 356.

58 Vedi, rispettivamente, Gambetta 2009, pp. 255-56; Chu 2000; Indipendent, 2 novembre 1995.

59 Gambetta 2009, p. 256.

60 Varese 2011 e Varese 2006b.

61 Varese 1996, pp. 133-134; vedi anche Hill 2003: 20 e Konrad e Skaperdas (1998).

62 Vedi Lane 1958, p. 404; Gambetta 1993; Olson 2000.

63 Lavezzi 2008, p. 203. Vedi anche Daniele 2009. Per una stima della presenza mafiosa in Italia, vedi Calderoni 2011.

64 Lo studio di Pinotti prende in considerazione Puglia e Basilicata, piuttosto che le regioni dove la mafia ha avuto origine (Sicilia, Campania, Calabria).

65 Sono grato a Mario Lavezzi e a Paolo Buonanno per una discussione (tramite email) su questo problema.