
D. Il numero in corso della rivista Kainos è dedicato al tema della malavita. Il nostro intento è quello di mettere alla prova il pensiero su questo concetto, e viceversa. Poiché tuttavia non si tratta di un numero a tesi, ma di un numero che cerca di affrontare in modo pluralistico un tema così duro e provocatorio, così spaventosamente inflazionato in ambito scientifico, artistico e mediatico (dalla sociologia al cinema, dalla letteratura alla tv, per cominciare vogliamo iniziare con Lei che è uno scrittore molto letto, molto discusso; i suoi romanzi, cito a caso, (Nessuna cortesia all’uscita, Nordest, Il maestro di nodi, Alla fine di un giorno noioso, L’amore del bandito per le edizioni e/o) raccontano le trasformazioni del contesto criminale del nostro Paese, parlano della corruzione come la spinta propulsiva dell’economia, ecc; ora è in libreria il suo ultimo romanzo, Respiro corto, Einaudi, Stile libero, 2012. Una domanda secca: secondo Lei, si può raccontare la realtà a partire dal crimine (che è presente in ogni sua pagina)?
R. Sì, ne sono convinto; la formula letteraria alla base del mio lavoro, recita: “scrivere una storia criminale, ambientata in un tempo e in un luogo, è una scusa per raccontare la realtà (sociale, politica, economica, storica...) che circonda gli avvenimenti narrati nel romanzo”. E, comunque, viviamo in una società criminogena che sviluppa crimine e misure anticrimine in una spirale senza fine. Partire da questo assunto significa anche determinare un legame indissolubile tra trasformazione dei processi criminali e società.
D. Al suo esordio, nel 1995, il personaggio dell’Alligatore divenne un piccolo caso letterario. Marco Buratti, detto l’Alligatore, condannato ingiustamente a sette anni di galera e diventato in seguito un detective privato senza licenza, ribadisce la sua visione del mondo: quando ci si trova invischiati in una storia di malavita è matematico che finisca male, che ci scappi il morto. L’idea di fondo della sua narrativa è semplice e inquietante insieme: la giustizia è difficile che trionfi, ma anzi a volte la trama non fa che confermare l’inesorabile inutilità degli apparati di polizia. In alcuni suoi romanzi, La verità dell’Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Nessuna cortesia all’uscita, Il corriere colombiano,Il
maestro di nodi, L’amore del bandito, nessun giudice, avvocato o tribunale è in grado di sistemare le cose. Spesso il lettore fa fatica a distinguere attività legali da quelle illegali, poliziotti buoni da quelli corrotti, in termini più filosofici, il bene dal male. Mi pare di capire da lettore dei suoi romanzi che il bene per Lei non è di questo mondo. È così?
R. Non esattamente. La realtà ci insegna che la lotta al crimine nelle sue forme organizzate ha di fatto introdotto pratiche illegali nell’agire poliziesco. L’infiltrazione di agenti sotto copertura, i ricatti, gli scambi di favori e molto altro ancora sono diventati quotidianità. Addirittura sono finiti sotto processo alti ufficiali e dirigenti delle forze dell’ordine per la “confusione” nella gestione di notevoli quantitativi di stupefacenti usati come pagamento per gli informatori. Non è problema del romanziere dare un giudizio su questa realtà, bensì di raccontarla. Le produzioni “poliziesche” statunitense e inglese, per esempio, danno per scontata e giusta questa pratica di non andare per il sottile. E il poliziotto è sempre buono, nel senso che il confine tra legalità e illegalità è sempre netto. Io la penso diversamente e credo che non tutto sia bianco o nero, ma che tutto sia grigio, perché è il colore della realtà. Giudici e poliziotti sistemano le cose ma a modo loro. La complessità del conflitto tra Stato e organizzazioni criminali ha costretto a scelte che non condivido ma che posso comprendere. Seguo da molti anni inchieste e processi. Posso affermare in tutta sincerità che non mi è mai capitato di non trovare situazioni di “grigio”, di ambiguità, di confusione di ruoli. Però non ho mai inteso raccontare l’inesorabile inutilità degli apparati di polizia citata nella domanda. Mi capita di raccontare storie dove lo Stato è assente. Anche questa é realtà. Infine la corruzione: è un problema che investe la società italiana in tutti i suoi aspetti. Nell’ultimo anno è aumentata del 131%.
D. Ricordo per i nostri lettori che la sua carriera di scrittore inizia con la pubblicazione de Il fuggiasco che ricostruisce la sua esperienza di latitante. Lei a diciannove anni nel 1976 era militante di Lotta Continua, casualmente scopre l’omicidio di una ragazza, viene imputato di omicidio e condannato a 18 anni di carcere. Fugge prima in Francia e poi in Messico, e dopo tre anni di latitanza ritorna in Italia. Poi graziato dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro nel 1993. Come l’ha segnata quell’esperienza drammatica nella sua formazione di scrittore?
R. Essere stato ospite dello Stato per alcuni anni mi ha fatto conoscere una serie di personaggi che mi sono stati utili, e alcuni lo sono tuttora, per capire e ottenere informazioni su certi ambienti. Mi rendo conto che la risposta non è esauriente ma è trascorso troppo tempo.
D. Nordest è un suo romanzo pubblicato nel 2005. I Visentin e i Calchi Renier sono due grandi famiglie attorno a cui ruota l’intera vicenda. C’è di mezzo una storia d’amore ma anche un oscuro intreccio tra imprenditoria e criminalità. Dalla lettura di questo duro e vibrante romanzo mi pare che il Veneto sia rappresentato come una metafora delle mutazioni che toccano l’intero Paese. Cosa è rimasto di un Nordest laborioso e tranquillo che è stato per lungo tempo negli anni ‘60 e ‘70 un laboratorio della politica e dell’economia italiana? Come è stato possibile, secondo Lei, che la parte più produttiva dell’Italia sia quella più contaminata dalla nuova criminalità?
R. Come ho raccontato in Nordest, romanzo profetico per molti versi, la svolta produttiva degli anni ‘80 ha sconvolto il territorio, imponendo un modello economico basato spesso su pratiche endemiche di illegalità come il lavoro nero, l’evasione fiscale e lo smaltimento illegale dei rifiuti. In breve tempo le modificazioni, anche di natura antropologica, hanno preso il sopravvento sull’esperienza e sulla cultura del Nordest. La spregiudicatezza dei comportamenti di larghissima parte della classe dirigente ha creato il terreno adatto per l’infiltrazione e il radicamento di diverse culture criminali, italiane ed estere. Come è stato rilevato da studi di importanti università europee, questa situazione di erosione dei confini netti tra legalità e illegalità ha creato le condizioni per la nascita e lo sviluppo di una criminalità di nuovo tipo, intimamente connessa alla globalizzazione dell’economia e in grado di sviluppare un vero e proprio terziario della criminalità.
D. Respiro corto, come ho già ricordato, è il suo ultimo romanzo che è poi un’impietosa radiografia dei mali contemporanei: le mafie, i grandi interessi finanziari, la malavita, i traffici di droga. L’azione si svolge a Marsiglia che è sempre stata, romanticamente o nell’immaginario anche cinematografico, considerata la capitale della malavita: Lei abbandona il Nordest italiano, ossia la criminalità organizzata di casa nostra, per analizzare il crimine globale che prende le sembianze di un gruppo di giovani rampolli multietnici, viste le coordinate geografiche in cui si svolgono le loro azioni: Russia, Paraguay, India. Qualcuno ha parlato di un romanzo di svolta rispetto alla sua produzione precedente. È così? Si può dire che l’economia criminale sia una più raffinata versione dell’economia capitalistica? La domanda è allo scrittore, non al politico o al sociologo.
R. Respiro corto è una svolta narrativa. La percezione che ormai quasi tutti i reati commessi in questo Paese sono articolazioni di altri che hanno origine o fine altrove, mi ha spinto verso nuovi confini della letteratura di genere. Economia criminale ed economia capitalistica si sono fuse in un unico modello, tentare di raccontare alcuni frammenti eclatanti credo sia necessario.
D. Secondo Lei, come è cambiata l’Italia in questo devastante ventennio berlusconiano? Per uno scrittore impegnato e militante come Lei è più semplice o più difficile raccontare il Paese?
R. Molto più difficile e complesso, perché i danni arrecati alla cultura di questo Paese sono enormi. Parte degli italiani ormai è esclusa da un sapere che un tempo era stratificato ed era in grado di fornire gli strumenti per la comprensione della realtà.
D. L’oscura immensità della morte è un romanzo, direi quasi dostoevskijano, forse il più filosofico della sua produzione. Sullo sfondo di un cupo Nordest, Lei mette a confronto una vittima e un carnefice, Silvano Contin, ex rappresentante di vini al quale hanno ucciso moglie e figlio nel corso di una rapina avvenuta nel 1989, e Raffaello Beggiato, l’assassino in carcere da quindici anni, ora assediato dal cancro e dai rimorsi. Come è nato questo romanzo in cui si discute di temi alti come la grazia, il dolore, il perdono?
R. Da un’affermazione dell’allora ministro di Giustizia, Castelli, che affermò più volte che le nostre carceri erano hotel a 4 stelle. Era il periodo in cui si discuteva sulla stampa della grazia a Sofri e il presidente Ciampi negò allo Stato il potere di decidere sulla grazia anche contro il volere delle parti offese.
Un momento complesso e doloroso che mi spinse a frugare nella memoria per raccontare un lato della medaglia, e a interviste, terribili quanto commoventi, a persone che avevano negato il perdono a detenuti colpevoli di omicidio per l’altro. Mi presentavo con una videocassetta su cui avevo registrato le immagini immediatamente successive alle esecuzioni nei penitenziari americani. Persone che avevano appena assistito alla morte di un uomo si mostravano sorridenti e soddisfatte. Il mio intento era sgombrare il campo da ogni ipocrisia sulla vendetta. Il personaggio di Silvano Contin nasce dalle parole dure come pietre che ho ascoltato.
D. In un passaggio del nostro editoriale si afferma che la malavita è una forma-di-vita, che ha prodotto una decisa frammentazione del potere economico-politico in lobbies e gangs che perseguono disordinatamente i loro interessi o attraverso l’accordo o attraverso la violenza, ma che ‘vive’ paradossalmente ‘bene’ grazie a un ordine del discorso in cui non c’è quasi nessun margine per il deviazionismo, o la trasgressione. Chiedo all’Autore di Respiro corto che è stato definito un noir della zona grigia, se è d’accordo con questa diagnosi.
R. Assolutamente sì. Importante la definizione del disordine nel perseguimento degli interessi. Senza questo elemento di analisi è difficile comprendere la portata del fenomeno.
D. Arrivederci amore, ciao, è un romanzo del 2001. Il protagonista Giorgio Pellegrini, “pentito” della lotta armata, davvero irrita il lettore. Per la sua cattiveria e per la facilità con cui uccide tutti quelli che gli sbarrano la strada. È insopportabile ad esempio come avvelena Roberta, la sua fidanzata che deve sposare. Pellegrini verso la fine del romanzo ad un certo punto esclama: Uccidere mi era sempre piaciuto.
Il suo percorso inizia con la scelta del “pentimento” strumentale e termina nella completa abiezione e disumanità. Non crede che la figura di Pellegrini sia una figura limite e tutto sommato, isolata rispetto alla tematica del pentitismo in Italia? Non tutti i pentiti di terrorismo sono diventati criminali come Pellegrini. E anche la figura del poliziotto corrotto Ferruccio Anedda sembra una figura limite. Trovo invece inquietante come dietro o dentro la normalità si annidi il male e la violenza.
R. Indubbiamente Giorgio Pellegrini è un personaggio limite. Ne ho scritto perché ne ho conosciuti diversi e di altri ho seguito le vicissitudini. A me serviva per raccontare la “normalità” in cui si annidano questi criminali senza essere percepiti come pericolosi. Questo accadeva nel 2001. Oggi, purtroppo, l’anomalia Pellegrini è diventata maggioritaria in certi ambienti criminali. Le trasformazioni criminali riguardano anche gli individui.
D. In una lunga conversazione con Marco Amici, The Black Album. Il noir tra cronaca e romanzo, ora pubblicata da Carocci (Maggio 2012), Lei spiega la differenza tra il giallo e il noir come due generi profondamente distinti. E propende per il noir perché la società descritta dal noir è iniqua, l’ingiustizia sociale un dato di fatto, e il male ha già vinto. Mi può fare degli esempi di scrittori noir a cui Lei si è ispirato e si ispira nel suo lavoro di scrittore?
R. Jean-Claude Izzo, Andreu Martin, Loriano Macchiavelli, Laura Grimaldi, Georges Pelecanos, Petros Markaris... nessuno di loro è un noirista puro ma ognuno mi ha insegnato qualcosa legato al noir.
D. Perdas de foguè un noir del 2008 che Lei ha scritto, affiancato nell’indagine e nella stesura da Mama Sabot, un gruppo di giovani scrittori cagliaritani: si tratta di un’inchiesta dettagliata e documentata della privatizzazione di un poligono militare in Sardegna, che vide coinvolte ditte italiane, francesi e inglesi, in attività che sono state ritenute di copertura. Il risultato degli esperimenti che vennero fatti a Perdas de Fogu nella Sardegna meridionale è stato un alto numero di persone malate di tumore e bambini nati con gravi malformazioni. Quindi, il libro è nato da un’esperienza di gruppo, un esperimento originale poco praticato dai nostri scrittori. Come ha maturato quest’esperienza? E poi più volte a proposito di questo libro ha denunciato la mancanza del giornalismo investigativo. Che cosa intende dire con questa espressione? Mancano nel nostro paese scrittori e giornalisti coraggiosi che non sanno o non vogliono più raccontare la realtà?
R. Dal caso Cederna in poi c’è stato un uso sistematico della querela per diffamazione nei confronti dei giornalisti per far star zitta la stampa. Inoltre si è scelto da tempo di privilegiare un certo tipo di crimine, legato alla sfera familiare, a discapito di quella mafiosa o organizzata. Il messaggio suggerito all’opinione pubblica italiana è che il delitto è sempre individuale e che con la mafia si può convivere perché non ammazza più giudici e poliziotti. Il fatto è che non mancano bravi giornalisti in grado di raccontare storie importanti di criminalità ma non hanno la possibilità reale di fare il proprio lavoro in sicurezza. Oggi di criminalità organizzata si parla “dopo” che sono scattate le manette ma anche se la notizia ha poche ore, è già memoria di meccanismi criminali che non si riprodurranno più in quel modo e con quelle persone.
D. Un’ultima domanda di natura non solo tecnica. A parte il ritmo serrato e veloce della sua scrittura, come costruisce le sue storie? E come opera le sue scelte narrative e linguistiche? Il dato certo che leggo è che i suoi libri non sono consolatori e non rassicurano il lettore.
R. Infatti sono noir. Nessuna consolazione possibile. La realtà è quello che è. Prima scelgo il tema e se riesco a trovare terreni favorevoli a un’indagine che mi permetta di raccogliere materiale utile per la costruzione della trama, programmo circa due anni da dedicare a questa raccolta. Successivamente passo alla parte creativa e squisitamente letteraria. Le scelte linguistiche sono legate alla storia e ai suoi personaggi. Ricerco sempre una sorta di realismo in questo senso. Rispetto alla scelte narrative, cerco sempre di prediligere la velocità di lettura che mi obbliga, però, a un lungo lavoro di limatura dei periodi.
Abbiamo 94 visitatori online